Itinera: Alla ricerca di Minosse

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(di Carmelo Fucarino)

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Talvolta produce effetti positivi la quotidiana minaccia dell’epidemia suine flu, ribattezzata a salvaguardia di macellai e salumieri della Padania e oltre semplicemente A o con l’asettica sigla scientifica H1N1. Escluse mete straordinarie ed esotiche, un’improvvisa suggestione e fui pronto alla scoperta della mitica terra del Minotauro.
L’atterraggio ad Iraklion, la Candia veneziana, dalla parte del mare, come a Punta Raisi, fa sen-tire quasi a casa. Dopo un breve tragitto di periferia si entra subito in città. Ad accogliere le pos-senti mura veneziane e la grande spianata della piazza Eleutheria, al limite sulla cinta la statua di Venizelos. Il balzo stordente dalla Palermo lurida e desolata ad una città fervida di vita e di gioventù. Poche le differenze geologiche e socio-economiche con la nostra isola: immense aree coltivate ad oliveti, fino ai costoni degradanti di rocce, orti e giardini, mandrie di pecore e capre, allevamenti di buoi, tanto turismo, soprattutto inglese e tedesco. Eppure qualcosa non quadra nell’odierna terra di Minosse. Il magnifico Lasithi Plateau è un tappeto infinito di verdi oliveti, assediato da profonde vallate e alti monti coperti di fitti verdi boschi. Ma qualcosa stupisce in questa uniformità: le deliziose casette di campagna hanno tutte sul tetto i pannelli solari, gli or-ticelli di poche are sono punteggiati di piccole eliche eoliche per il pompaggio dell’acqua dai poz-zi poderali. Mi viene una grande tristezza nel ricordare l’immensa landa desolata e arida che co-pre la regione tra Caltanisetta ed Enna, dove si poetò di Proserpina e della dea delle messi De-metra. La rapina geologica ed ambientale di una regione che vive di sussidi mai usati per fini le-gittimi, terreni coltivati solo sulla carta, mandrie mai allevate. Così i chilometri di spiagge, con un mare limpido e puro e attrezzature di ogni tipo, le infinite teorie di resort, ma anche l’ampia spiaggia attrezzata gestita dal Comune, dove tutto è gratis. La natura è uno stupore, il senso del primitivo nelle profonde vallate sovrastate da rocce vulcaniche, l’abbagliante verde che domina sui costoni montuosi. Da una stupenda terrazza ci si perde nell’azzurro del laghetto di Aghios Nikolaos, circoscritto da una ripida parete e dal porticciolo, acque sorgenti dove avrebbe fatto il bagno Afrodite. Diciamo che questi sono doni della natura che però l’uomo è riuscito ancora a proteggere e conservare. Ci si aggira in pace con se stessi fra stradette e vicoli lastricati in mar-mo o in mosaici di pietra, offlimits per i fumi delle automobili.
La capitale strabilia per il dinamismo della sua vita, una marea di giovani che fino a notte fonda animano i bar del centro storico, interamente area pedonale, con le magnifiche ed eleganti Deda-lou e 25 Avgoustou odòs, larga ed elegante che si apre in fondo sul possente Castello e sulle Gal-lerie veneziane. Immaginate poi una strada adibita a solo mercato, lastricata in marmo e di un lindore smagliante. Un giovane che si vantava di non avere avuto dal padre neppure una drac-ma per aprire il suo negozio di souvenir è stato a Roma, si è laureato in archeologia, ha lavorato come restauratore ai Musei Vaticani. Ora teneva due negozi di souvenir. La cosiddetta immigra-zione di ritorno dopo le delusioni di emigrante e lo spirito di orgogliosa iniziativa. Nella magia dei vicoli e delle piazze sempre animate non dimenticate lo splendore degli ori e dei colori delle chiese bizantine, la cattedrale di san Minas, le chiese di san Tito e di san Marco.
La visita al Museo archeologico è la premessa per le immancabili escursioni a Cnossos e a Phae-stos, passando per Gortyna. Le pitture originali prelevate dalle regge dei Minossi strabiliano per la modernità dei tratti, ma ancor più sconvolgono, se si pensa che quegli affreschi furono realiz-zati da artisti che vissero su quelle colline tra il 2700 e il 1000 a.C., mentre dell’affresco della cinquecentesca Ultima Cena è rimasto ben poco di visibile in originale per l’imperizia di Leonar-do. Erano gli uomini straordinari che a differenza dei sedentari Egiziani avevano stabilito la prima talassocrazia nel Mediterraneo, fondando empori fin oltre le colonne d’Ercole. Ma anche gli straordinari architetti di città-regge con le loro mura possenti, le sale dipinte, i depositi, gli appartamenti con un sistema idraulico sconosciuto ancora oggi in metà della terra. Mi avevano stupito le mura con massi ciclopici delle città Inca in Perù, perché non conoscevo la magnificen-za della civiltà che ci ha plasmato. Lo stupore per la magnificenza delle due vaste aree archeolo-giche si può rivivere soltanto percorrendo quegli sconnessi sentieri. Non è emozione da poco per-correre gli andirivieni delle mura diroccate di Cnossos, immaginando di seguire gli andirivieni di Dedalo e il figlio Icaro nel suo diabolico Labirinto (si trattava semplicemente della sala del labrys, l’ascia bipenne, simbolo del potere), o mirare in cielo il loro folle volo con le ali di cera a precipizio sul vicino Egeo. Né meno commuove sentire risuonare su quelle pietre sconnesse della complessa trama di strade su una superficie di 22.000 m2 i sandali dell’ateniese Teseo dietro il fi-lo donato dall’infelice Arianna, traditrice per amore, tragica archetipo di fanciulla sedotta ed abbandonata. Scendendo poi per la florida valle sulla piana di Mesara il sito di Gortina del pe-riodo geometrico (VII sec. a. C.), alle falde del celebre Ida, importante sia per i resti della chie-setta di S. Tito, la prima chiesa cristiana di Creta, ma anche per i blocchi di pietra incorporati nelle fondamenta dell’Odeon traianeo, sui quali sono incise le più antiche tavole di legge sul di-ritto di famiglia, in situ. A completare l’incontro con i regni minoici una visita fra melograni e aranceti ad Aghia Triada, sito rioccupato dopo la distruzione dei palazzi minoici. Poi l’altra immensa superficie minoica di Phestos, ove sono stati rinvenute le stratificazioni di due palazzi, uno del XXI secolo a.C. distrutto da un incendio e protetto da capannoni ed il secondo del XV secolo con un’aula centrale donde si sviluppano i magazzini ad ovest, gli appartamenti reali a nord e i laboratori ad est. Ad ovest il teatro con le vie processionali ed i propilei. Oltre agli affre-schi e i vasi il misterioso e discusso disco di Festo, databile al 1700 a. C., ritrovato il 3 luglio del 1908 da una spedizione archeologica italiana guidata da Luigi Pernier e Federico Halbherr sotto un muro di una casa. È ricoperto di 241 simboli impressi con stampini sull’argilla ancora fresca e disposti a spirale su entrambe le facce, in sequenza in senso orario che va verso il centro. La scrittura indecifrabile e sconosciuta dovrebbe essere sillabica. Sulla costa sud vi attende la splendida insenatura della spiaggia di Matala sormontata da una parete tufacea forata a diversi livelli da file di grotte, abitate in epoca preistorica, in seguito rifugio per gli hippies che qui si ra-dunavano.
Per chi vuole immergersi in altre e più arcaiche suggestioni del mito greco non ha che da visitare l’antro Ditteo nel borgo Psychros, scavato tra il 1899 e il 1900, ove sono tracce del minoico me-dio. Dopo una salita per verdi e vertiginosi strapiombi, giunti in un piano cosparso di casette con pannelli solari e orti con piccoli impianti eolici, si deve affrontare una ripida e faticosa salita di una ventina di minuti a piedi sul costone del monte (ci sono però anche gli asinelli-taxi). Poi in cima improvviso il buco tenebroso della caverna. Una serie di gradini a chiocciola sprofonda-no sempre più in fondo, fino alla meraviglia di stalattiti e stalagmiti che risplendono di colori. Là Rhea portò il neonato Zeus per proteggerlo dal padre cannibale Cronos e lo affidò ai Cureti che, battendo l’un contro l’altro i loro tamburi, coprivano i vagiti del piccolo. Anche se non ci credete il fascino è sempre grande.
Dopo i tragitti tra le terre vergini dell’interno e le passeggiate fra le eleganti strade dei negozi le specialità locali, souvlàki, feta e mousakà, condite con vino locale, e il momento serale del relax, seduti al bar di Dimitri, a piazza Venizelou, davanti al chiacchierio della fontana del veneziano Morisini a centellinare, rito quasi serale, la celebre bougatsa, un dolce di crêpe e ricotta resa me-no acidula da una spruzzata di zucchero e cannella. E ci si sente liberi, lontani dal becerume del cortile italiano, in pace con il mondo.

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