Il Maiale non è il “porco”: parte prima

(di Pinella Bongiorno)

maiale 1 copia

De carnibus porcini Est caro porcina sine vino pejor ovina; Si tribuas vina, tunc est cibus et medicina. Ilia porcorum bona sunt, mala sunt relihuorum

Regimen sanitatis salernitanum (XXV)

Il contadino siciliano concepisce il suo rapporto con gli animali domestici in base a finalità prettamente utilitaristiche. Così assicura Salvatore Salomone Marino nelle “Usanze”. In questa opera si puntualizza che per l’allevamento vige una tacita quanto consolidata divisione del lavoro fra donne ed uomini: alle prime competono gli animali dell’aia (galline, piccioni, oche, conigli e non ultimo il maiale); ai secondi è riservata la cura degli animali da tiro (buoi, cavalli, muli ed asini).[1]
La stessa indagine è compiuta anche da un altro illustre siciliano del XIX secolo: Serafino Amabile Guastella. Ma il contadino modicano, sostiene il barone-demologo, accorda la sua predilezione ad un animale in particolare: l’asino. Questa preferenza è presto spiegata da una di quelle “Parità” ove traspare la dottrina esistenziale del mondo rurale della Sicilia orientale. Ecco cosa avvenne quando Dio decise la “spartizione dei beni e dei mali”. Gli uomini accorsero a prelevare il meglio secondo la graduatoria d’arrivo: ultimi giunsero i contadini. Costoro reclamarono la loro parte e il Padre Eterno, additando l’asino, sentenziò: Il solo bene che vi resta è codesto! «Difatti l’asino è il compagno, l’amico, direi quasi, il solo parente del contadino. Lo cura, lo netta […] all’asino non manca mai il manipoletto di fieno, o un pugno di orzo, o se non altro la paglia».[2] Questa asserzione però è confutata da Salomone Marino che sembra ribadire – come in un diretto dialogo fra i due – che le cose non stanno proprio così, poiché «la risorsa vera, la sola ricchezza pe’ contadini è il majale. Annualmente la massaja trova modo di comperare il suo porcellino; […] ed essa lo nutrica, usandogli tutte le attenzioni, tutte le premure possibili, sì che cresca grasso quanto più si può; e sottraendo anco qualcosa al proprio magro alimento, trova modo di fornire al caro animale ora la vinaccia, ora le fave, ora le cucuzze». [3]
Il fatto che i Nostri colgano tali differenti atteggiamenti dipende probabilmente dall’area dove è stata condotta la ricerca antropologica. Tuttavia è innegabile che, nella descrizione del Guastella, affiora una figura di contadino rozzo e inquietante dal momento che il somaro sembra essere la sua unica preoccupazione, privilegiato nella cura a fronte di ogni altra relazione. Al punto che «dopo l’asino, ma molti gradini in giù e quando non abbia altro da fare, il villano ama anche la moglie; […] un pò per abitudine un pò per bisogno». [4]  E sempre immaginando questo ipotetico scambio fra i due demologi emerge, per Salomone Marino, che le attenzioni prestate dalla contadina al suo maialino non pregiudicano affatto quelle per la famiglia. Allora a questa contrapposizione, che non chiarisce il sistema valoriale del contadino siciliano, accostiamo la versione conciliante di Pitrè. Questi riscatta la parziale verità, indicata dal Guastella, precisando che si tratta di un episodio isolato e che non può essere esteso a tutto il popolo siciliano perché, se è pur vero che il villico, della Contea di Modica, si distingue per il suo despotismo è ancor più vero che «forte è nei Siciliani il sentimento per la famiglia. […] Ordinariamente l’uomo non dà a vedere il suo affetto per la sua donna, salvo che non intervengano occasioni nelle quali egli esca dall’abituale riserbo. Tuttavia […] fu affermato che il contadino siciliano sia più tenero con l’animale che gli dà da vivere che con la famiglia […]. L’affermazione […] si generalizzò creandosi un pregiudizio circa i sentimenti del popolo contadinesco ed inducendo gli studiosi in errore». [5] Ancor più conciliante è la constatazione che tutti gli animali domestici sono considerati importanti per la modesta economia del contadino, il quale assegna a ciascuno la protezione dei Santi affinché siano preservati da ogni calamità naturale o dal malocchio. Nel caso in cui un animale è colpito da infezione lo si può senz’altro ritenere un momento critico che va risolto con immediatezza e con i mezzi a disposizione; rimedi empirici, praticati da secoli, saranono elaborati dal contadino sfruttando le risorse del luogo: vale a dire la natura.
La veterinaria tradizionale risolve diversi malanni, uno di questi è il “mal rosso” che colpisce i maiali. Nella Val di Chiampo, in provincia di Vicenza, esso si previene con la preparazione di un unguento a base di elleboro verde ad azione emetica; talvolta però si rivela inefficace e si provvede con degli impacchi di argilla rossa. [6]  Se tutto ciò non dovesse bastare il bestiame lo si affida alla Provvidenza divina.
Infatti, per ogni animale c’è un santo patrono: san Giorgio per il cavallo, san Luca per il Bue, sant’Eligio per il mulo, sant’Erasmo per l’asino e così via; d’altronde all’animale verrà imposto il nome del suo santo protettore e se «una massaja (ad esempio) vi dirà che il suo ‘Ntunuzzu ha fatto una rovina in casa, fracassando utensili e mobili; che la sua Marta è scappata dopo averle ammazzati i pulcini o i piccoli conigli […] credete ch’ella parli dei suoi figli discoli o di estranei ladroncelli? Niente affatto. Vi parla del suo porcello, della sua gatta».  [7] A proposito, il santo tutore del maiale è sant’Antonio, il motivo di tale abbinamento è illustrato da una fiaba raccolta a Logudoru in Sardegna. Si narra che gli uomini, un giorno, si siano recati da sant’Antonio per invocarlo di trovar loro un rimedio contro il freddo. Il Santo mosso a compassione vuole esaudire la richiesta e, lasciato il deserto, s’incammina ed entra all’Inferno a sottrarre il fuoco, accompagnato da un singolare aiutante: un maiale. La fantasia popolare ha predisposto un’appropriata versione «Sant’Antonio prima di fare il santo era stato porcaro, e un porchetto della sua mandria non l’aveva mai voluto abbandonare e lo seguiva sempre». [8]  Lo seguì fino all’inferno, dove l’accesso fu consentito, in via eccezionale, anche alla bestiola che, appena entrata, mise in subbuglio quel luogo di per sé tremendo, con vero disappunto dei diavolacci. Questi distratti da tanta irruenza, non si avvidero che il Santo, non appena entrato, con un espediente, riuscì a prelevare con il suo bastone una scintilla. Ottenuto quanto cercato, sant’Antonio e il suo maiale lasciarono l’inferno che sarebbe ritornato ad un’insolita pace.

sant'antonio copia

Il 17 gennaio ricorre il giorno festivo a Lui dedicato e si fanno benedire tutti gli animali; i preti donano un’immaginetta del Santo, che verrà affissa alla parete della stalla, e un piccolo pane che verrà dato agli animali per salvaguardarli dalle malattie. [9]
A Palermo, in occasione di questa ricorrenza, i pasticceri preparano dei dolci a forma di maiale.[10]

[1]Cfr. Salvatore Salomone Marino, Costumi e Usanze dei contadini di Sicilia a cura di Aurelio Rigoli, Andò ed., Palermo 1968, p. 295.
[2] Serafino Amabile Guastella, Le parità e le storie morali dei nostri villani, introd. di Natale Tedesco, Flaccovio ed., Palermo 1995, p. 40.
[3].S. Salomone Marino, op. cit., p. 302.
[4] S. A. Guastella, op. cit., p. 43.
[5] Giuseppe Pitrè, La famiglia La casa La vita del popolo siciliano, Il “Vespro”, Palermo 1978, pp. 80-82.
[6] Cfr. Fernando Zampiva, Pratiche di medicina arcaica e veterinaria tradizionale a Durlo (Vicenza), in Storia e medicina popolare, n°2 1988, pp., 133-135.
“Mal Rosso” è una patologia che colpisce i suini in forma virale che comporta, il più delle volte, l’abbattimento dell’animale. Notizia fornitami dal dott. Borghese farmacista di Calcarelli (Pa).
[7] S. Salomone Marino, op. cit., p. 304.
[8] Italo Calvino (raccolte e trascritte da), Fiabe italiane. Italia meridionale e insulare, 3 voll. a cura di E. Zamponi, Einaudi  Scuola, Torino 1995, III vol., p.160.
[9] Cfr. G. Pitrè, Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano, 4 voll. a cura di  A. Rigoli, Il “Vespro”, Palermo 1978, III° vol., p. 304.
[10] Cfr. G. Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliane, Il “Vespro”, Palermo 1978, p.171.

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