L’angolo dei melomani

(di Carmelo Fucarino)

Nella splendida cornice dell’auditorio del Circolo Ufficiali il 12 novembre si è svolto, nell’ambito della stagione 2009 dell’Agimus, presieduto dall’eccezionale promotrice musicale dott.ssa Maria Di Francesco, il concerto del Trio Arté, con Valentina Cassese al pianoforte, Mirko D’Anna al violino, Giorgio Garofalo al violoncello, con un programma da far tremare le vene e i polsi. È vero che il trio per pianoforte ed archi rientra nella forma più leggera e ricreativa della musica da Camera, rispetto alle sonate e ai concerti. Sorto nel XVIII secolo, fu inteso come raffinato gioco strumentale, da meritarsi anche il nome di “Divertimento” e tale ruolo conservò in Haydn e Mozart, pur con l’introduzione di maggiori difficoltà tecniche delle parti assegnate ai tre strumenti. Fu Beethoven a rielaborarlo completamente, come fece pure per la sinfonia, trasformandolo in una complessa composizione di carattere quasi concertistico.

Proprio il mostro sacro di Bonn (Bonn 1770 – Wien 1827) occupa il primo tempo del concerto con il suo celebre Trio per pianoforte e archi, vol 1, Op. 70 N° 1,Spettri (Ghost), eseguito per la prima volta nel 1809 in casa della contessa Anna Maria Erdoty, alla quale lo dedicò. Si consideri che nel 1808 il musicista trentottenne ultimò la quinta e la sesta sinfonia.

Eppure il trio conserva la classica struttura “a conchiglia” tipica dei concerti e pure dei trii mozartiani. Si sviluppa nei tre movimenti, i due estremi (le valve) movimentati e quello centrale (la perla) più riflessivo e melodico. Eppure il tocco del genio e dell’innovatore: si nota subito la sproporzione, non solo in termini di durata, tra la perla enorme e scintillante, e le due brevi valve, semplice abbozzo, che dovrebbero racchiuderla. Brillanti ed energici, sia l’iniziale Allegro vivace e con brio, sia il“Presto” finale, nel turbinare di virtuosismi che con la ripresa di note ravvicinate mettono a dura prova gli esecutori, nella frenesia sonora e timbrica degli archetti di violino e violoncello, nei tasti del piano, in un vortice di allegria. Veloce e semplice l’esposizione e lo sviluppo dei temi del primo movimento con l’incipit che richiama quello della V sinfonia e si sviluppa in un dialogo tra gli strumenti, in apparenza quasi un anomalo rondò, ma in realtà nella classica forma “sonata” (la triade stesicorea del coro greco classico?). Troppo breve, se paragonato allo sviluppo magmatico dell’ampio e dilagante secondo movimento, il centro motore del trio, il Largo assai ed espressivo, intenso, espressivo e pieno di pathos. Si tratta di due nuclei melodici piuttosto semplici, che si vanno progressivamente dilatando ed evolvendo in varianti sempre più drammatiche, in un’atmosfera tragica e mesta, spettrale, come suggerisce il titolo dato all’intero trio, quei lievi trilli del pianoforte, il fremito degli archi, che ridotti in suoni evanescenti e trasparenti fanno pensare al lamento degli spiriti. Rimane in  cuore il terrore del mistero e la fosca immagine dell’autore con il suo terrificante sguardo corrusco sotto la selva tempestosa dei capelli. Il “Presto” conclusivo con gli improvvisi arpeggi che esaltano la tecnica del pianista, con le meravigliose cadenze e i crescendo di timbro e di note. Ma questa è la magia del genio.

Il secondo tempo è occupato dal secondo mostro sacro, il fondatore della Gewandhaus di Lipsia, Felix Mendelsshon-Bartholdy (Hamburg 1809 – Leipzig 1847) con la sua più grande e popolare opera da camera, il trio per pianoforte e archi, n. 1 in re min., op. 49, completato nel 1839 e pubblicato l’anno successivo. Ad inizio di composizione chiese consiglio a F. Hiller e rivide la parte pianistica, che divenne più romantica e vicina allo  stile di Schumann per il ruolo più importante assegnato al pianoforte. Pur essendo lo scopritore di Bach e Mozart, appare sospeso tra classicismo e romanticismo. Schumann, suo amico e protagonista del romanticismo tedesco, dopo la sua ulteriore revisione dichiarò che l’autore era “il Mozart del XIX secolo, il più brillante dei musicisti” e definì quest’opera “il principale trio del nostro tempo”. Sono passati quarant’anni dalla rivoluzione di Beethoven. Questo trio abbandona la forma ternaria classica e si sviluppa in quattro movimenti e presagisce quasi il poema sinfonico. Criticato per il sovrabbondante uso di temi e di stili e da molti ritenuto ripetitivo, il trio è il più difficile di tutta la musica da camera per la parte pianistica, tecnicamente ardua a sincronizzare con gli altri due strumenti.

Il primo movimento, Molto allegro e agitato, è nella classica forma-sonata, come in Beethoven, inizia senza introduzione con un cantabile, tema principale del violoncello e accompagnamento sincopato del pianoforte, ai quali si unisce in una variazione distorta il violino. Segue la classica variazione nello sviluppo del secondo tema, combinato con il primo nel ritorno al tema iniziale della ricapitolazione. Il secondo movimento, Andante con moto tranquillo, è introdotto dal pianoforte con il contrappunto successivo degli altri due strumenti. Il terzo movimento, Scherzo, è breve e leggero nella forma ternaria. Come nel secondo è il piano a suonare il tema principale, che si diluisce in frammenti. Il motivo ritmico principale è presente per tutto il tema, eccetto che nella sezione centrale il cui tema somiglia al primo movimento. Il Finale fu il movimento più rivisto e presenta dolci arpeggi e ottave cromatiche con un predominio del pianoforte.

Chicca finale, come bis graziosamente e scherzosamente concesso, l’applaudito cammeo Dell’infanzia del M° Sergio Valenza.

In genere i complessi orchestrali da camera vivono la medesima esperienza, avendo un unico patrocinatore o finanziatore, una sede, le prove e un progetto di programmazione comuni, diversamente da gruppi per trio o quartetto. Dai curricula degli interpreti si evidenziano invece, come è naturale, esperienze di scuola e di esecuzioni pubbliche differenti per tipologia e luoghi. Perciò risulta strabiliante il grado di sintonia e di amalgama che hanno saputo raggiungere, una straordinaria ed encomiabile unità e compattezza espressiva, una perfetta sintonia, segno di grande lavoro assieme, ma anche di simbiosi di formazione e di intenti, soprattutto per le gravi difficoltà di raccordo che presenta la parte pianistica del trio di Mendelsshon. Giorgio Garofalo mi spiegava l’accento su Arté con una allusione fonica e concettuale a “perché”. È questa spinta problematica che li unisce e li fa suonare all’unisono.

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