Lo sguardo dal ponte: parte seconda

(di Carmelo Fucarino)
Una lapide-edicola sulla facciata di Palazzo dei Normanni

Nel lontano 1990 fui preso dalla frenesia di istituire nel mio corso l’insegnamento della lingua siciliana, quando ero caduto nell’inganno di ritenere bagherese l’impasto italianizzato di Ignazio Buttitta, maestro affascinatore con la sua birritta e la trascinante gestualità dei suoi recitàl. Mi ero reso conto che un patrimonio linguistico immenso stava per essere cancellato dalla deriva di un ipotetico italiano inventato dai gestori dei mass-media, prima la radio e poi la tv del grande Biagio Agnes. L’Onu si batteva per salvare lingua parlate da poche diecine di indigeni brasiliani o africani o oceanici, mentre periva per eutanasia una lingua parlata e compresa da quattromilioni di cittadini. E che lingua! La prima, secondo padre Dante, quella che risuonava accompagnata dal liuto nelle sale sontuose del palazzo dei Normanni, l’eccelsa lingua praticata nientemeno che dall’imperatore tedesco Federico II (chi non ha letto da nord a sud nelle antologie della letteratura italiana per le scuole superiori la celebre Canzonetta d’addio), dai figli Manfredi, Enzo e Federico d’Antiochia e dalla schiera di poeti della sua Magna Curia, che disegnano la mappa della cultura italiana del tempo. Quando nella cosiddetta Padania qualche dotto monaco praticava un’approssimativa  lingua latina per scrivere libri di beatificazione e cronachette locali, intorno al 1200 fra i fiammeggianti mosaici delle  sale dell’allora capitale d’Europa risuonava la lingua siciliana. Fra’ Salimbene da  Parma scriveva nella sua Cronica che Federico II scribere et cantare sciebat et cantilenas et cantiones invenire. Per carità, non si trattava di quella falsa Scuola Siciliana che si legge a scuola, dotta traduzione degli estasiati Fiorentini che ne stravolsero rime e assonanze e falsarono l’armonia e la pregnanza della nostra lingua, la prima d’Italia ad assurgere a lingua d’arte, non solo riservata esclusivamente a mezzo di comunicazione. Ma così va il mondo tra i vincitori. Fu quel Federico II di Hohenstaufen, tedesco e normanno, che i Tedeschi vengono a venerare nella cattedrale di Palermo con preghiere e corone di fiori, colui che vendicò il padre dell’effimera sconfitta di Legnano da parte della emblematica Compagnia della morte (29 maggio 1176) e a Cortenuova sull’Oglio (1237) sbaragliò la Lega dei Comuni, catturò il mitizzato Carroccio e lo portò come trofeo a Roma.

Ecco la comparsata professionale di Bossi nel polpettone, Barbarossa, epic-movie in un irrealistico ed inventato dialetto lumbard, falsa fanta-storia di spadoni e macabre macellerie, osannato capolavoro e “filmone” da Lui e da tutto il gotha politico meneghino e da esimi e colti ministri, riuniti in pompa magna alla prima al Castello Sforzesco. Il kolossal è stato prodotto, per una fatale distrazione del feroce castigatore dell’arte assistita e ingessata Brunetta, in collaborazione con Rai Fiction e Rai Cinema, cioè anche con soldi di noi siciliani tassati di canone, con lo strabiliante budget di 30 milioni di dollari, proprio 30, solo 2 milioni sono stati spesi per ricostruire Milan, pensate, in terra troppo dubbia di Romania, ma si sa che le migliaia di comparse fra i quali molti rom lì costano poco, meglio de localizzare alla faccia dei veri padani.

Ma nulla viene per nuocere. Dopo tutto questo can-can abbiamo la conferma che sarà  prodotto altro identico filmone riparatore su Federico II, lo stupor mundi, genio a tutti noto e storicamente provato, di contro ad un tale Alberto di Giussano, del quale non si ha certezza dell’esistenza. Pare che sia stato inventato dal satanico rivoluzionario e mangiapreti, in seguito lodatore delle radici cristiane e savoiardo, Giosue Carducci, al quale si deve anche l’invenzione del terrore dell’anno Mille e di consimili medioevalate, che nessuno oggi legge, neppure per obbligo scolastico.

P.S. Anche Tornatore in ossequio alla moda dialettale ha proposto il consueto impasto di siciliano italianizzato nel suo kolossal della Medusa (si sa di chi è) da 25 milioni di euro (circa 37 milioni di dollari) cofinanziato dai nostri soldi della Regione (per quale parte?). C’è un illustre precedente, La terra trema (Luchino Visconti, 1948), più dirompente dell’originale “I Malavoglia” di Verga alla ricerca di assorbire e tradurre le espressioni dialettali nella lingua letteraria. Visconti in nome dell’oggettività linguistica usa in modo più radicale il dialetto dei pescatori di Aci Trezza che rimodulano il contenuto del testo verghiano, sonoro che allora e oggi è incomprensibile anche ai Siciliani.

OPINIONI ILLUSTRI

“La lingua italiana non è in Sicilia la lingua dei poveri” (didascalia iniziale del film di VISCONTI in “Il Castore Cinema”).

“Una letteratura dialettale è fatta per restare entro i confini del dialetto”. Egli non vuole “manifatturare una Sicilia d’importazione” in un mondo “posticcio e convenzionale” (PIRANDELLO, articolo in “Rivista popolare di politica, lettere e scienze sociali”, 1909).

“La vita d’una regione, per esempio della Sicilia, nella realtà che il Verga le dà, non può che esprimersi altrimenti che come si esprime nel Verga”. Il dialetto è «vera e propria creazione di forma»; la dialettalità è da intendere come unico e vero idioma, vale a dire come essenziale proprietà d’ espressione (PIRANDELLO,Dialettalità, in Cronache d’attualità, fascicolo agosto-settembre-ottobre 1921).

“Quando si racconta una storia siciliana caratterizzandola con il siciliano non si rappresenta fedelmente la situazione linguistica della Sicilia… Il dialetto non è mai stato un segno distintivo esclusivo della cultura siciliana” (FRANCO LO PIPARO, 2009).

leggi “Lo sguardo dal ponte: parte prima”

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