Per caso: settima parte

L’interrato di Vittorio prendeva luce da una portafinestra, difesa da una grata robusta, e da una lunga e stretta apertura a livello del tetto, anch’essa difesa dallo stesso tipo di grata. Come una prigione. La portafinestra si apriva su un angusto cortile rettangolare, occupato quasi interamente da un tavolo di plastica bianco, poco più piccolo del perimetro  del cortile, coperto da una cerata verde, addossato, dal lato più  corto, alla parete. Dall’altro lato, dalla parte della porta- finestra, c’era una sedia di plastica bianca, con un cuscino a fiori, posizionata ordinatamente sempre nello stesso punto. Di fianco al tavolo sulla destra si apriva, all’altezza di  circa un metro e mezzo, un secondo cortiletto, occupato interamente da grandi vasi con alte piante verdi, pomelie, ficus, alberelli di agrumi ed attrezzi per la pulizia scopa, bastone, tubo di plastica. A Natale Vittorio aveva illuminato le piante con lampadine colorate. Sulla parete, appena sopra la lunga finestra, erano attaccati i condizionatori dell’ammezzato. Sulle altre due pareti, lungo i lati  del tavolo, stentatamente s’arrampicavano sui graticci bianchi gelsomini ed edere. Sul ripiano formato da una rientranza del muro sulla destra erano allineate tre piantine di aromi, basilico, prezzemolo, menta. Se c’era bel tempo, tornato dalla colazione, a volte, si sedeva al tavolo per leggere il giornale con grande attenzione. Poi spariva all’interno. Non risultava che avesse clienti. Un paio di volte era uscito nel cortile con degli uomini, sempre diversi, ed aveva indicato con un gesto orgoglioso le sue piante. Alle prime ombre della sera chiudeva sempre la grata ed accendeva il faro nel cortile, lo spegneva la mattina dopo,  appena c’era buona visibilità. Non riceveva posta. Qualche volta usciva nel cortile per chiamare qualcuno col cellulare. All’interno di quel bunker non c’era campo. (continua)

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