La Sicilia di Dante Alighieri

(Leda Melluso)

Non poteva non amarla. La conosceva attraverso i libri e le carte di Tolomeo, eppure ne parla come se vi fosse nato! Ne ammira la bellezza, ne piange il triste destino senza immaginare che cosa sarebbe successo nei secoli seguenti. Sovrani senza scrupoli, viceré corrotti, moderni amministratori incapaci. Tutto e di più. E’ l’isola dai colori violenti, dalle tinte forti, dai sentimenti estremi.
E’ la Sicilia, terra di poeti, di sangue e di rapina. Terra di miti!
Lì si ascolta ancora il canto delle Sirene, la voce suadente di Lighea, il grido di rabbia di Polifemo, il lamento di Odisseo in cerca della sua petrosa Itaca. Lì si vedono le fiamme che si levano dalle navi incendiate dalle donne troiane, stanche di seguire Enea in un viaggio senza fine.
Dante avvertiva il fascino dell’isola.  Aveva letto con passione i versi di Giacomo da Lentini, Guido delle Colonne, Pier delle Vigne, che avevano dato vita alla prima Scuola poetica italiana. Senza quella esperienza forse lo Stilnovismo non avrebbe prodotto testi così raffinati.
Ammirava Federico II per i suoi molteplici interessi, l’amore per la poesia, il senso dello Stato. Lo riteneva  l’ ultimo imperatore degno di questo nome, perché si era opposto all’arroganza del pontefice, affermando l’autonomia del potere temporale . Poi lo pose nell’inferno tra gli eretici, ma questa è un’altra storia.
Di Manfredi, figlio naturale del sovrano , delineò uno splendido ritratto, che emoziona .
Quando lo incontra nel Purgatorio fra gli scomunicati che attesero gli ultimi attimi di vita per pentirsi, rileva la sua straordinaria bellezza deturpata nel volto da una ferita che gli ha spaccato un sopracciglio. Manfredi è un eroe, degno di ammirazione e di rispetto.
Biondo era e bello e di gentile aspetto, ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso
Coraggioso e sfortunato,  morì combattendo valorosamente, nel 1266,  nella battaglia di Benevento. Con lui ebbe fine l’impero svevo.
Il pontefice scomunica Manfredi, Dante  lo salva. Lo pone nel Purgatorio, immaginando un pentimento in fin di vita.  Con un colpo di penna, disintegra l’infallibilità papale.
Di fronte ai Vespri siciliani il poeta non ha dubbi. Fu la mala signoria degli Angioni a spingere Palermo a gridare Mora, mora! Aveva intuito la tragedia di un popolo sfruttato da regnanti senza scrupoli, impoverito nelle sue risorse, umiliato nella sua dignità. Consegnò la sua condanna alla storia, con il prestigio dell’intellettuale che fa della letteratura uno strumento di lotta civile. Merce rara nell’età contemporanea.

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