Il Maiale non é il porco: parte quarta

(Pinella Bongiorno)


Nel Medioevo, le arti partecipano di una tensione edificatoria e raffigurano con animali i vizi e le virtù. Nell’iconografia, la salamandra, «rappresenta il Giusto che non perde mai la pace dell’anima e la fiducia in dio in mezzo alle tribolazioni», il pellicano «è stato assunto come immagine del sacrificio del Cristo e della sua risurrezione» ed il porco «quasi universalmente rappresenta l’ingordigia, la voracità: esso divora ed inghiotte tutto ciò che gli si presenta. Il porco è generalmente simbolo di tendenze oscure, di ignoranza, ingordigia, lussuria ed egoismo».[1] In definitiva la parola “porco” è troppo simile a “sporco”. A questo scopo, la decorazione pittorica e scultorea fornisce uno strumento immediato ed incisivo di comunicazione, tale da suggestionare la coscienza del popolo semplice e analfabeta per tutelarlo dai falsi predicatori. Questo repertorio viene anche utilizzato dalla polemica riformistica attraverso le immagini dell’asino-papa, del vitello-monaco e del prete-maiale «si trattava perlopiù di esseri teriomorfi prodigiosi che venivano interpretati come segnali divini della fine dei tempi».[2]
Il bestiario medievale è fortemente intriso di una concezione della natura come sede di fenomeni misteriosi dove sono in agguato forze malefiche pronte ad impossessarsi dell’uomo. Per liberarsene l’uomo ricorre a formule e riti mediante i quali è convinto di poter scaricare su qualcos’altro le angosce e i patimenti; l’artifizio a cui ricorrere – quando non si vuole colpire un altro uomo – è trasferire il guaio ad un animale. Per questo intento viene in aiuto la magia. Frazer  asserisce che sono i popoli primitivi a servirsi di tali stratagemmi. Nella sua nota raccolta, l’antropologo inglese riporta un episodio che ha come protagonista il nostro simpatico suino. «Si racconta che, quando infuria un’epidemia di vaiolo, gli abitanti di Formosa scaccino il dèmone della malattia facendolo entrare in una scrofa alla quale poi tagliano le orecchie che bruciano, pensando così di liberarsi della malattia».[3] Il maiale sembra essere così duramente sacrificato all’egoismo degli uomini ed a nulla vale il detto: fari la vita di lu  Beatu porcu, ovvero menar vita agiata e spensierata; un modello di vita che anche  altri animali si illudono di dover invidiare, fino al momento di scoprire l’amara verità. «Un asino si doleva del suo stato infelice di fronte a quello del porco, pieno di prosperità, di ozî tranquilli e di cibi copiosi e diversi. Venne il Carnevale, ed il porco fu preso e scannato con grandissima sorpresa dell’asino, il quale ebbe a consolarsi di esser nato tale, ed esclamò: megghiu sceccu ca porcu».[4]
Nella favolistica i maiali compaiono meno, invece nelle leggende e nei miti sono abbastanza presenti anche perché, presso gli antichi, avevano un significato augurale.
Di cattivo auspicio si annunzia, ne Il nome della rosa, al momento del rinvenimento di un  cadavere: il monaco Venanzio da Salvemec immerso a testa in giù in un orcio colmo di sangue di maiale. La faccenda si tinge di tragico ed è decifrata come un segno del castigo divino. Il triste evento si manifesta in un’abbazia dove sono già accaduti altri delitti, questo è denunciato da tre porcari che irrompono durante le sacre funzioni e, terrorizzati, avvisano l’Abate. «L’Abate ordinò che si traesse dal liquido infame il cadavere (perché purtroppo nessuna persona viva avrebbe potuto restare in quella oscena posizione). I porcai esitanti si appressarono al bordo e bruttandosi di sangue ne trassero la povera cosa sanguinolenta».[5] L’atmosfera ha carattere apocalittico ed uno dei segni è proprio sotto gli occhi di tutti: il sangue di maiale è inequivocabilmente il “liquido infame”, cupo presagio di tempi bui.
Per fortuna un momento di riscatto, seppur simbolico, del maiale, lo si deve, come già detto, alla sua affettuosa compagnia con s. Antonio che l’agiografia tradizionale pone sotto il rapporto taumaturgico di causa-effetto; in quanto il lardo si dimostra un toccasana per il cosiddetto fuoco di Sant’Antonio.[6] Il culto per il Santo si sviluppa in Occidente e prende l’avvio dalla «chiesa di Saint- Antoine de Viennois, in cui erano conservate le reliquie del santo. Per accoglierli si rese necessaria la costruzione di un ospedale e la formazione di una confraternita di religiosi per assisterli […]. Per assicurare, almeno in parte, la sussistenza dell’ospedale, si tramanda che i religiosi allevassero dei maiali, che vagavano per le vie, mantenuti dalla carità pubblica. A un certo punto, però, si rese necessario eliminare la circolazione degli animali all’interno degli abitati; allora un’eccezione fu fatta per i maiali degli ospedali antoniani, che però dovevano portare una campanella».[7]
La figura del maiale si presta egregiamente, nella fiaba dei “tre pocellini” – tradotto dal genio di Walt Disney in cartoon – per significare la prudenza; infatti, in essa non avvengono eventi magici o miracolosi quanto piuttosto, con la personificazione degli animali in causa ed i relativi comportamenti, se ne traggono delle informazioni a carattere psico-pedagogico. La scelta ponderata del terzo porcellino permette di respingere l’aggressione del lupo, e di assicurare così la protezione anche ai suoi incauti e superficiali fratellini. «La storia mostra anche i vantaggi del crescere. […] Le case che i tre porcellini costruiscono simboleggiano il progresso dell’uomo nella storia: prima una baracca e poi una casa di legno, e per finire una solida casa di mattoni. Internamente, le azioni dei porcellini rivelano un progresso dalla personalità dominata dall’Es a una personalità sotto l’influenza del Super-io ma sostanzialmente controllata dall’Io».[8] L’individuazione della funzione della fiaba è stata uno dei campi d’indagine più importanti per studiosi della cifra di un Propp o Aarne. In particolare, il primo avvia lo studio sulla genesi storica e sociale della fiaba attraverso la funzione dei personaggi.[9]
In Italia, Calvino compie un’operazione di sperimentazione narrativa con la raccolta di «un patrimonio fiabesco quanto mai complesso e differenziato da regione a regione: la sua fabulazione, sia come lavoro filologico che come produzione creativa, sottintende l’equazione tra mito e storia […] Calvino rinviene la sostanza di un linguaggio che si sviluppa internamente alla logica degli eventi narrati, a loro volta disposti in maniera funzionale a una ricostruzione razionale della realtà osservata. Il mito […] ingloba l’apparato linguistico rendendolo significativo a un altro livello, dall’altra rappresenta per Calvino una parallela storia del confronto, e implica quindi una serie di rimandi a una realtà fattuale, concreta, quotidiana».[10]
La tradizione sarda, della precedente storiella, risolve il dono del fuoco e la sua origine mutuando il racconto mitico-pagano di Prometeo con quello cristiano di sant’Antonio come chiarisce lo stesso Calvino. La narrativa popolare siciliana, per spiegare i perché della natura, ricorre ad invenzioni e analogie che rispondono al principio del verosimile; anche il riferimento al mito greco del giovane Icaro emerge fra le righe, come vedremo, e che sussume le due fiabe isolane sotto il medesimo processo mitopoietico. Come intendere la causa del muso schiacciato del maiale? Ecco che la cosmogonia contadina ha pronta la dimostrazione «Quando il Signore creò il mondo creò gli animali quasi tutti con le ali; tra quelli però a’ quali non ne diede, fu il porco, che se ne dolse con Lui. Il Signore volendolo contentare gliene fece un paio di cera. Il porco, sodddisfatto, volò, e per farsi vedere da tutti, andò più alto che potè; ma il sole gliele squagliò, ed il porco precipitò giù sulla terra, dando del muso, che perciò prese la forma che ha».[11]
La restituzione delle ali avverrà molto più tardi, negli anni’70, quando due autori, Lidia Ravelli e Marco Lombardo Radice saranno gli interpreti di certe istanze di una generazione ribelle e daranno il titolo alla loro opera ricorrendo al trasgressivo ossimoro « Porci con le ali».


[1] Jean Chevalier -Alain Gheerbrant, voci  del :Dizionario dei simboli. Miti sogni costumi gesti forme figure colori numeri, trad. ital., 2 voll. Rizzoli, Milano 1986, II° vol. pp., 196-318,  passim.[2] Leander Petzoldt, Piccolo Dizionario di Demoni e Spiriti Elementari, trad. ital., Guida ed., Napoli 1995, p. 173.
[3] James G. Frazer, Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, trad. ital., introd. di Alfonso M. di Nola, Newton Compton, Roma 1992, p. 604
[4] G. Pitrè, Usi e costumi. cit. p., 405
[5] Umberto Eco, Il nome della rosa, Bompiani, Milano 1987, p. 112
Cfr. Francesco Maspero, Bestiario antico. Gli animali-simbolo e il loro significato nell’immaginario dei popli antichi, Piemme, Casale Monferrato (Al) 1997, p. 213.
[7] Aurelio Rigoli, S. Antonio abate-S. Antonio di Padova-Apostoli- S. Bartolomeo, Estratto dalla Bibliotheca Sanctorum, vol.II [Ans- Bern], Istituto Giovanni XXIII nella Pontificia Università Lateranense, Roma 1962, pp. 3-4.
[8] Bruno Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, trad.it., Feltrinelli, Milano 2003, p.44.
[9] Cfr. Vladimir Ja. Propp, Morfologia della fiaba e le radici storiche dei racconti di magia, trad. it. Newton Compton, Roma 1992, p. 27.
[10] Roberto Deidier, Le forme del tempo. Miti, fiabe, immagini di Italo Calvino. Sellerio, Palermo 2004, pp.57-81, passim.
[11] G. Pitrè, Usi e costumi. cit., vol. III p. 405.

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