Puccini e la Scapigliatura milanese

(Carmelo Fucarino)


A parte l’eccezionale carriera del palermitano Alessandro Scarlatti, caso anomalo quello di Puccini nell’ambiente musicale ottocentesco per la sua formazione musicale che rievoca le splendide biografie di organisti per tradizione familiare alle corti dei principi tedeschi, i celebri e indiscussi Kapellmeister, per citare i noti Georg F. Händel, Franz Haydn, J. S. Bach, lo stesso geniale e rivoluzionario Ludwig van Beethoven. Giacomo Puccini fu anche lui un discendente di generazioni di maestri di cappella del duomo di Lucca. Orfano a cinque anni poco fece alla scuola dello zio materno Fortunato Magi, che lo definì un «falento», un fannullone senza talento. Tuttavia contribuì all’economia familiare suonando l’organo nel duomo di Lucca come i suoi antenati, ma con la fama di scavezzacollo, tanto da rubare e vendersi alcune canne dell’organo. Poi, si dice, la folgorazione dell’Aida a Pisa nel 1876, dove sarebbe andato a piedi con degli amici e le prime esperienze musicali, ma in funzione chiesastica, il Mottetto per San Paolino (1877) e una messa (1880).
L’avvio degli studi musicali normali dal 1880 al 1883 al Conservatorio di Milano fu con una borsa di studio di cento lire al mese, per un anno, concessagli dalla regina Margherita, fatto strappalacrime, su supplica della madre. E gli altri anni scapestrati della goliardia milanese, la vita da bohèmien, la fame in una fredda cameretta divisa con Mascagni, ma illuminata dalle lezioni di Amilcare Ponchielli e Antonio Bazzini. Si imprimerà indelebile questa esperienza autobiografia, vissuta sul filo della leggenda scapigliata della letteratura milanese tra romanticismo e verismo.
Chi ha visto l’edizione palermitana di La Bohème (prima assoluta al teatro Regio di Torino il 1° febbraio 1896) potrebbe ora rileggere i quadri in quest’ottica, espressa dall’esemplare comitiva, il poeta, il pittore, il musicista e il filosofo, la stufa in cui bruciava per riscaldarsi il manoscritto del dramma, l’apparizione di Mimì, la tenera ed innocente grisette, la sartina della soffitta, una delle tante vittime della tisi romantica. Il tipico melodramma scapigliato, tratto dal romanzo del francese Henri Murger, la cui performance didattica, Scènes de la vie de Bohème, sugli studenti parigini del 1830 il Massimo offre in questi giorni alle scuole. Era la sfida di belcanto con l’omonima opera di Ruggero Leoncavallo, assieme alla strana coppia che tanti successi gli confezionò, Luigi Illica, che abbozzava la “tela”, si diceva in altri tempi “canovaccio”, e lo andava definendo con lui, e il poeta e commediografo tra scapigliatura e verismo, professore di letteratura, Giuseppe Giacosa, che lo metteva in versi, quel melange particolare di romanticismo larmoyant e tentativo verista di un’esigua minoranza sui generis, il piccolo mondo dei cosiddetti bohemiennes. Quando la RAITV era vero servizio pubblico ci offrì tra l’altro, di Giacosa, la versione indimenticabile di Come le foglie. Altri tempi prima delle baruffe in diretta, cacerecce, non chiozzote. Vi ricordate la versione di film TV, diretta da Luigi Comencini?
Intanto, per risparmiare, un altro nobile allestimento, quello del Teatro Comunale di Bologna, già trasmesso in diretta web dal teatro venerdì 16 ottobre 2009 su Magazzini Sonori, portale della Regione Emilia-Romagna. L’avvio è stato stanco e svogliato su una scenografia, forse funzionale, ma spettrale e da cantiere navale. E quelle scie di neve troppo che alla fine stancavano finta e le apparizioni sul pontile. Quando la scena si è ravvivata nel quadro (la scelta dei quadri dall’espressionismo sinfonico?) del caffè Momus, è risultata troppo confusa e caotica, nonostante l’abbagliante esplosione dei colori e delle luci. Il bel canto non ha convinto: il pubblico non si è scaldato alla celebre aria Che gelida manina, e alla risposta poco convinta di Sì, mi chiamano Mimí. Ad Alexia Voulgaridou – Mimì è andata forse meglio nell’assolo Sono andati? fingevo di dormire, che avrebbe dovuto far piangere i sordi, certamente splendido In-sung Sim – Colline, con la sua mesta romanza Vecchia zimarra. Forse un riscatto nel finale di Marcello Giordani – Rodolfo. Forse qualcuno pensava all’interpretazione di Pavarotti? È in complesso mancato qualcosa, lo slancio emotivo, quel non so che che trascina e che fa andare in delirio gli spettatori. Alla fine il pubblico è uscito mortificato, non so se ce l’avesse con Puccini e l’opera mielosa e da canzonetta o con gli artisti che non sono riusciti a muovere le pietre, come il mitico Orfeo.

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