Quando la scuola educava alla gentilezza

(Prof.ssa Patrizia Lipani)

Vivere tra i giovani e confrontarsi giornalmente con i loro modi, con la loro gestualità, comprendere il loro linguaggio, scritto e parlato, risulta un’ impresa non tanto facile e a volte anche un po’ imbarazzante a chi, appartenendo ad una generazione anni Sessanta, preferisce vivere seguendo quei canoni dell’educazione che le buone famiglie un tempo impartivano, e di conseguenza  trasmettere  giornalmente tali modelli,  ai propri  figli e ai propri alunni, non nascondendosi dietro  falsi moralismi.

Oggi nelle scuole, e lo dico con un certo rammarico, ripensandomi alunna, è cambiato il modo di rapportarsi con l’insegnante, si crede di avere di fronte il coetaneo, l’amico, o addirittura il genitore, verso il quale come sempre più spesso capita, si manca di rispetto, non esiste più quel senso del pudore, la cui presenza era segnata dalla vampata di rossore che coloriva le guance, si rimane imperturbabili di fronte ad un rimprovero del docente, addirittura lo stesso spesso viene guardato con un sorriso malcelato: ingenuità o ironia? Della mortificazione invece si son perse addirittura  le tracce. Un compito non svolto, una lezione non studiata, un voto scarso, gli errori reiterati in ambito scolastico, lasciano pressocchè indifferenti i nostri alunni. Fa riflettere poi lo stato in cui vengono tenute le aule della scuola, i banchi, le sedie, per non parlare delle pareti, che portano i segni indelebili delle gioie, delle paure, dell’amore eterno, del “forever” racchiuso in un cuore posto ovunque: è un bisogno impellente di comunicare o mancanza di rispetto per il bene pubblico di cui non si conosce  purtroppo il giusto utilizzo?
A chi attribuire la responsabilità di questo atteggiamento ?
Presentarsi in un’aula scolastica con abbigliamenti poco consoni, jeans a vita bassa in corpi con addome prominente, magliette corte, anzi cortissime che mostrano fondoschiena abbondante, decoltè in bella vista, bordi di slip in pantaloni semi cascanti, se da un lato, tra sregolatezza e permissivismo, evidenziano l’eccessivo benessere alimentare, dall’altro segnalano soprattutto la tendenza delle famiglie a sottovalutare il senso del decoro e della decenza. E’ proprio sicuro che, di fronte all’indifferenza delle famiglie, la scuola, che certamente non può rimanere indifferente, non sia chiamata a dare le dovute indicazioni sulla decenza, il rigore e il decoro?
Un tempo,intorno alla metà degli anni ‘20 la scuola aveva fatto del contegno, della serietà, della gentilezza, addirittura, il fiore all’occhiello.
Leggendo fra le antiche carte dell’archivio storico della scuola De Cosmi di Palermo, ha suscitato non poco stupore scoprire che negli 1926-27 la Preside Laura Ciulli Paratore , raffinata pedagogista, chiamata personalmente dal Ministro Gentile a rivestire il suo ruolo, aveva promosso per il suo Istituto il “premio gentilezza”.
Il premio consisteva nell’assegnare una coppa alla classe che si fosse distinta non solo nel comportamento, nella morale, ma anche nell’azione volta al  conferimento  di un aspetto signorile all’interno della scuola. Gli alunni in una gara competitiva avrebbero dovuto curare la propria scuola e preoccuparsi del rispetto doveroso per l’ambiente e la suppellettile, per cui furono amorevolmente curate  aiuole, piante e fiori nell’atrio d’ingresso, verniciati i banchi, gli usci, collocato lo zoccolo alle pareti, le tende alle finestre, ornate le cattedre degli insegnanti, attaccate alle pareti riproduzioni di opere d’arte, in alcune aule fu posto il busto del grande maestro della poesia  italiana, Dante, e addirittura fu anche posta la lampada votiva davanti all’immagine dell’alunno della scuola  caduto in guerra, e furono molti, che dava il nome alla classe. Si faceva leva quindi sul  concetto di appartenenza alla scuola, sul sentimento nazionale, la scuola doveva essere motivo di orgoglio per gli studenti, i giovani dovevano prepararsi a diventare maestri, capaci di educare italianamente.
Il regolamento d’Istituto tra i punti più salienti a tal riguardo, contemplava per gli alunni  un contegno esemplare. “Essi devono pensare – vi si legge – che sono destinati ad essere educatori e che per raggiungere questo arduo, nobilissimo fine devono prima di tutto avere un animo ben educato. Per la stessa ragione devono mostrare un contegno esemplare anche fuori di scuola”. Per le ragazze la Preside aveva predisposto “niente vestiti corti o eccessivamente scollati, niente maniche corte, niente trucchi e grembiule uniforme, il quale dà alle classi tanta sobria distinzione e toglie molte delle cause che fanno distrarre la scolaresca anche durante l’insegnamento”. E ancora “ogni minima prova di petulanza, di leggerezza o di civetteria sarà severamente punita”, “stando a scuola non bisogna mai dimenticare le norme prescritte dall’igiene e dal galateo. Perciò è proibito sputare a terra, macchiare le pareti delle aule e dei corridoi, deteriorare o macchiare i banchi e le altre suppellettili scolastiche.” Ciò che si sottolinea nel regolamento non è comunque una passiva obbedienza alle disposizioni, ma uno spontaneo bisogno di agire bene e questo bisogno scaturisce dall’insieme dei sentimenti e delle convinzioni che la scuola impartisce ai suoi allievi con la collaborazione di tutti i docenti. Il regolamento del ’26 potrà destare un lieve sorriso, o una punta di  nostalgia, per chi guarda il passato come un tempo ormai  andato, ma è pur vero che ciò che rimane è il compito di noi docenti, e cioè quello di sempre, essere cioè educatori in una condivisione d’intenti ed educare significa da sempre, al di là di ogni situazione storica, insegnare a crescere, a vivere, a comportarsi, a stare e ad agire, giornalmente e in ogni contesto.

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