Una lettura antropologica del mito di Fedra

(Carmelo Fucarino)

Lo snodo di tutte le contraddizioni della mitologia greca fu la sequenza delle Völkerwanderung degli Elleni nella penisola greca, quei Dori, Eoli e Ioni, da noi identificati con i loro cosiddetti dialetti, come gli Indoeuropei. Essi sconvolsero con le loro ondate le primitive civiltà, achea e minoica, ed imposero i loro costumi, la propria cultura, lingua e scrittura, le loro armi, ma anche il loro Olimpo di dei e i loro riti funebri (cremazione invece di inumazione). Già in Omero, poi in forma organica nella Teogonia di Esiodo si diede sistemazione alla nuova religiosità. Il regime patriarcale sostituì quello matriarcale, Zeus, padre degli uomini e degli dei, con padre, mogli e figli assieme alle altre divinità indoeuropee, di origine solare e meteorologica, si impose sul culto della Magna Mater e i riti teriomorfici e zoom orfici. L’antica religiosità indigena pre-ellenica su base ctonia, che aveva il centro nel santuario di Eleusi, con i riti iniziatici e misterici di Demeter e Core, legati al ciclo stagionale di vita e di morte, fu proibita e sopravvisse sotterranea nella religiosità popolare. Nella Eleusi preellenica Demeter ed Artemide si identificavano, in un rapporto rappresentato dal nesso madre‑figlia, che aveva però una sostanziale unità. Ancora Eschilo (fr. 333 N2) riconosce Artemide figlia di Demeter. Nel successivo processo di rimozione le divinità indigene furono declassate al rango di eroi e le loro vicende si antropizzarono, divenendo biografie umane. Emblematico il caso della dea Clitennestra, pótnia taurôn, la “signora dei tori”, che nel rito della morte rituale sgozzava il suo pharedros Agamennone (AESCH. Agam. 1125‑1128, “Ah! ah! Vedi, vedi! dalla giovenca il toro allontana; fra i pepli afferratolo, lo colpisce collo strumento delle nere corna: cade nel bagno pieno d’acqua”). La vicenda divina divenne cioè una storia di vendetta e di adulterio, conclusa con l’uxoricidio.

Così il Minosse – re, nella forma totemica zoomorfica taurina, che a Creta nel rito stagionale era sacrificato per rinascere, si rappresentò con una terrena biografia umana. La moglie zoomorfica, Pasifae, figlia di Elios, il Sole, per vendetta di Poseidone, dio del mare, si congiunse con il toro Minosse e generò il mostruoso Minotauro, che, rinchiuso nel Labirinto, richiedeva alla ellenica Atene il suo tributo di sangue umano. Teseo, di Trezene, acquisito poi ad Atene come eroe ellenico, si assunse il compito di ucciderlo e lo fece con l’aiuto di Arianna, una figlia del Minosse, che gli insegnò lo stratagemma del filo. La celebre fanciulla, abbandonata nell’isola di Dia, aveva come sorella Φαίδρα, “la splendente”. Entrambe assieme Minosse appartenevano perciò alla sfera religiosa minoica, con i loro culti preellenici sopraffatti da quelli ellenici. Ella appare ad Odisseo nella nekymanteia, assieme ad Arianna, che “Teseo voleva portare ad Atene, ma fu uccisa da Artemide per denunzia di Dioniso” (Od. XI, 321, cfr. VERG., Aen. VI, 445).
La vicenda minoica di Fedra si intreccia strettamente con il mito trezenio di Ἱππόλυτος (da ἵππος e λύω, “che scioglie i cavalli”), figlio di Teseo e di Ippolita, regina delle Amazzoni, cioè di ascendenza matriarcale. La sua vicenda era un archetipo mitico assai diffuso, celebre quello di Afrodite e Adone (allusione qui a v. 1420), ma anche quello di Peleo e della moglie di Acasto (per certe assonanze sull’incesto, l’Isola di Arturo di Elsa Morante). Più esplicita e brutale la versione biblica di Giuseppe e Putifar (Genesi, 39): “7. Dopo queste cose, avvenne che la moglie del suo padrone mise gli occhi sopra Giuseppe e gli disse: ‘Giaci con me’. 8. Ma egli rifiutò…11. Or, avvenne che un giorno, Giuseppe entrò in casa per attendere al suo lavoro, e in casa non c’era nessuno. 12. Essa allora lo prese per la veste, e gli disse: ‘Giaci con me’. Ma egli le lasciò in mano la veste e fuggì fuori. 13. Quando ella vide che le aveva lasciato la veste in mano e se n’era fuggito, 14. chiamò la gente di casa e disse loro: ‘Vedete, ci ha messo in casa un Ebreo per divertirsi con noi! È venuto da me per giacere con me; ma io ho gridato forte, ed egli, sentendomi alzar la voce e gridare, ha lasciato qui la ve­ste ed è fuggito’”. Così Putifar, adirato, lo gettò in carcere. A differenza della crudezza biblica, Euripide dovette riproporre la tragedia (Ippolito velato), modificando l’immorale aperta confessione di Fedra, non gradita al pubblico, e ottenne il primo premio alle Dionisiache con questo Ippolito che porta la corona.
A parte questa nota di costume, Euripide è un maestro nel riprendere i culti arcani delle divinità preelleniche che sopravvivevano ancora al suo tempo, come relitti di un immenso naufragio, e di rintracciarne le origini (metodo eziologico di culti attuali già in Eschilo), che poi trasformava in vicende umane.
Nel prologo dell’Ippolito (29-33, trad. E. Romagnoli) Afrodite racconta che Fedra, travolta dalla passione per il figliastro,

“… pria di venire a questo suol Trezènio,
su la Pallàdia rupe onde si scopre
questa contrada, eresse un tempio a Cípride,
per questo amore di lontana terra;
e quindi innanzi, io volli che d’Ippòlito
avesse il nome questo tempio”.

Pausania, geografo del II secolo d. C. (Guida della Grecia, I, 22,1, Mondadori, e IG I, 310, 280) così descrive il luogo ai suoi tempi: “Su questa via verso l’acropoli, dopo il santuario di Asclepio si incontra il tempio di Themis. Davanti ad esso si innalza il monumento sepolcrale di Ippolito; raccontano che la sua morte fu procurata da maledizioni. Del resto, anche ai barbari che hanno appreso la lingua greca sono ben noti l’amore di Fedra e l’audacia della balia nell’assecondarlo. Anche a Trezene c’è una tomba di Ippolito”. È evidente che entrambi nascondono il mito di un dio locale, confermato anche dall’archeologia con l’esistenza del complesso del temenos extraurbano di Ippolito a Trezene, scavato da Legrand già nel 1897 e di nuovo indagato da Welter, e un recinto e tumulo ad Afrodite ἐφ’ ῾Ιππολύτῳ, con i suoi annessi, nella parte meridionale dell’Acropoli.
Euripide (vv. 1423-30, trad. Romagnoli) ricorda poi l’istituzione del culto trezenio di Ippolito:

“E, per compenso delle pene, o misero,
onori grandi a te nella città
di Trezène darò. Le intatte vergini
le lor chiome per te recideranno
pria delle nozze, e coglieranno il frutto,
per lungo tempo, di funeste lagrime.
Ed eterne per te le cure musiche
vivran delle fanciulle, e nel silenzio
non cadrà, nell’oblio, l’amore ch’ebbe
Fedra per te”.

Notevoli sono altresì le citazioni del rito iniziatico giovanile del taglio del ricciolo, che ricorre anche in Luciano (de dea Syria 60), e nella variante locale del culto di Damia e Auxesia (J. FRAZER, Il ramo d’oro, III, pp. 226-7). Ancora Pausania testimonia la sopravvivenza del culto divino di Ippolito e Fedra a Trezene: “A Ippolito, figlio di Teseo, è dedicato un famosissimo recinto sacro; vi sorge un tempio, con una statua antica. Dicono che il tutto sia opera di Diomede e che egli abbia anche per primo sa­crificato a Ippolito: ma i Trezenii hanno un sacerdote di Ippolito che esercita la sua funzione a vita, e sogliono compiere sacrifici an­nuali. Inoltre celebrano anche un altro rito, per il quale ogni ragaz­za prima delle nozze si taglia una ciocca di capelli in onore di Ippo­lito e, tagliatala, la porta e dedica nel suo tempio (DIOD. IV, 62). Non vogliono poi ammettere che egli sia morto trascinato dai suoi cavalli, né mo­strano la sua tomba, benché la conoscano: ritengono che la costel­lazione celeste, detta dell’auriga, sia appunto Ippolito, che godrebbe di quest’onore da parte degli dei. Dall’altra parte del recinto c’è uno stadio detto di Ippolito; al di sopra di esso, un tempio di Afrodite Kataskopia: da qui in­fatti, quando Ippolito faceva ginnastica, Fedra lo spiava, innamo­rata. Qui inoltre era ancora piantato, ai miei tempi, il mirto con le foglie tutte bucherellate, come ho scritto precedentemente: dispe­rata, e non trovando remissione alla passione, Fedra si sfogava con le foglie di questo mirto. C’è anche la tomba di Fedra, che non dista molto dal monumento di Ippolito, un tumulo non lontano dal mirto. La sta­tua di Asclepio è opera di Timoteo; ma i Trezenii dicono che non è Asclepio, bensì la statua di Ippolito. Ho visto con i miei occhi la casa di Ippolito: davanti ad essa c’è una fonte detta Eraclea, perché fu Eracle a scoprire l’acqua, secondo quanto narrano i Trezenii” (PAUS. II, 32, 1, 3-4).
Pausania scrive pure sulla resurrezione di Ippolito: “Distinta dalle altre c’è una stele antica, che attesta che Ippolito dedicò venti cavalli al dio. Con l’iscrizione di questa stele s’accorda ciò che narrano gli Aricini, che cioè Ippolito, morto per effetto delle maledizioni di Teseo, fu risuscitato da Asclepio: quando tornò in vita, non volle perdonare al padre, ma ne disatte­se le preghiere, e venne in Italia ad Aricia, e qui regnò e consacrò un recinto ad Artemide, dove, ancora ai miei tempi, si svolge un duello che, fra i vari premi per il vincitore, comporta il conferi­mento del sacerdozio della dea: ma la gara non è aperta a liberi, bensì a schiavi fuggiti via dai loro padroni” (PAUS. II, 27, 4).
E dà anche un’altra versione della sua morte: “Andando al mare Psifeo, si vede un ulivo selvatico detto “rhachos contorto”. Ora, i Trezenii chiamano rhachos qualunque tipo di ulivo sterile, sia un ulivo selvatico, un oleastro o un comune ulivo; ma questo lo soprannominarono “contorto”, perché il carro di Ippolito si ribaltò, quando le briglie andarono ad  impigliarsi nell’albero. Da questo non è molto distante il santuario dell’Artemide Saronia (PAUS. II, 32, 10). Ci tramanda pure di una pittura di Polignoto su Fedra nella lesche di Delfi (PAUS. X, 29, 3).

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