Donne e Ministeri nella Chiesa

Mogli e madri: la vita coniugale e la maternità a servizio della Chiesa

Pubblicato in “ La vita in Cristo e nella Chiesa LVIII ( 2009) 39-41

di Valeria Trapani

Nella liturgia

La prima fonte preziosa da cui trarre lo specifico dell’identità sponsale nella donna è da rintracciare nel Rito del Matrimonio[1], che nei testi delle preghiere di benedizione sugli sposi tratteggia un quadro ideale della donna sposata e delle virtù che la dovrebbero contraddistinguere. Nella I prece si invoca su di lei “il dono dell’amore e della pace”, auspicando che ella abbia come modello di riferimento “le donne sante della Scrittura”(RM n. 85) e che dunque la vocazione matrimoniale e la vocazione alla santità costituiscano un’unica realtà. E ciò sottolinea quanto il matrimonio sia risposta alla “vocazione matrimoniale”, ed in virtù del fatto che si iscrive nel piano salvifico di Dio, si pone come percorso di santificazione. Nella II prece (RM  n. 86) si pone l’accento sul ruolo di genitrice della donna sposata, che si fa carico dell’educazione dei figli per renderli “membri della Chiesa”, in riferimento non soltanto alla celebrazione del loro battesimo, ma anche e principalmente alla costante testimonianza del Vangelo in famiglia. La IV prece poi invoca che gli sposi divengano “Vangelo vivo tra gli uomini” nello specifico della loro condizione di vita perché venga “trasfigurata l’opera iniziata in loro e divenga segno della tua carità” (RM n. 88).

Tutto ciò, fa sì che una donna che vive pienamente la sua vocazione al matrimonio, eserciti la sua diaconia nell’ambiente ecclesiale senza prescinderne, ed anzi riversi il frutto della sua esperienza di vita coniugale nello svolgimento delle ministerialità ecclesiali a lei affidate. Pertanto quelle che sono le doti e le virtù che ogni donna possiede vengono arricchite e sublimate per la celebrazione del sacramento sponsale, che come ogni altro sacramento imprime un “carattere”, e modifica il soggetto che lo celebra in virtù della grazia di cui è ricolmato nella celebrazione.

Parimenti potremmo ricavare alcuni degli elementi distintivi delle donne che sono madri, nell’analisi di alcuni formulari presenti nel Benedizionale[2], facendo riferimento in particolar al rito di benedizione della donna in attesa di un figlio, nonché a quelle benedizioni che la donna stessa, in virtù del suo status di madre può impartire ai propri figli. Nel rito di benedizione della donna prima del parto (n. 633-654) mentre si prega per “l’integrità della prole e un parto felice”, si invoca anche l’intervento di Dio perché la creatura che verrà al mondo sia fedele nel servizio e viva sempre nell’amore di Cristo. Ne ricaviamo che in questa richiesta, seppure il dono della grazia divina è invocato direttamente sul nascituro, è chiesto implicitamente anche sulla madre che ha il dovere di farsi carico dell’educazione cristiana del figlio e che ha cura della sua crescita umana e spirituale al contempo. Il ruolo di madre porta dunque con sé quello di educatrice, di testimone in prima persona della fede e di custode dell’integrità del corpo e dello spirito della creatura da lei generata. Ciò si rende maggiormente evidente poi nel rito di benedizione dei figli, che può essere impartito, oltre che dal presbitero e dal diacono, anche dagli stessi genitori (n. 591-603). Nella monizione introduttiva è detto che il dovere dei genitori è quello di impartire un’educazione ai valori del Vangelo che aiuti i figli a scoprire la propria vocazione, e viene individuato lo specifico di genitore in colui che non soltanto è aperto al dono della vita, ma ne ha rispetto assumendosene le responsabilità pedagogiche connesse (n. 594).

Nell’ambito della diaconia in seno alla comunità ecclesiale la donna che è madre allora rende il suo servizio ponendosi nella logica della donazione totale di sé, come ogni mamma è solita fare, senza tuttavia dimenticare che il primo servizio va reso alla sua famiglia in quanto chiesa domestica e che soltanto dopo aver assolto quello potrà svolgere serenamente una qualsivoglia forma di servizio ecclesiale. Essa coniugherà in se stessa doti di dedizione amorevole e di severa vigilanza, spendendosi nel ministero assegnatole perché il suo esercizio sia fecondo tanto quanto lo è stata la sua capacità procreativa.


[1] Conferenza Episcopale Italiana, Il rito del Matrimonio, Città del Vaticano 2004.

[2] Conferenza Episcopale Italiana, Rituale Romano Riformato e norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato da Papa Giovanni Paolo II. Benedizionale, Libreria Editrice Vaticana 1992.

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