L’istituzione scolastica in Italia o dell’anamnesi

(Pinella Bongiorno)

Nei decenni dell’Italia post-unitaria, attraverso la programmazione svolta dai diversi ministri succedutisi alla Pubblica Istruzione si ripropone, immutato, il problema dell’educazione.
Fin dal 1737, Carlo VI d’Asburgo aveva dichiarato che è più dignitoso governare su un popolo istruito anziché su un popolo ignorante.
Le vicende storiche e politiche che hanno caratterizzato il nostro Paese permeano pesantemente le problematiche attuali. L’odissea della scuola si formalizza negli edifici pericolanti, nella precarietà degli insegnanti, nelle riforme scellerate, nelle programmazioni tardive, nella didattica inefficiente perché inadatti gli strumenti e quanto altro. Solo una conseguenza storica?
Ma ritorniamo in età post-risorgimentale, a quegli italiani ancora da fare come pure a quell’unità linguistica auspicata dai nostri intellettuali contro le parlate regionalistiche e dialettali, peraltro oggetto di studio dei demologi. Sono gli anni che fanno spazio a nuove figure sociali: l’ingegnere, il giornalista, l’industriale, il maestro. I nuovi eroi acclamati dal credo positivista. E di eroismo si tratta per quei maestri che dovevano correre da una parte all’altra della penisola, quando le vie di comunicazione erano quasi inesistenti, quando i trasporti erano a dorso di mulo, quando in agguato erano briganti, locandieri disonesti e altro ancora.
Emblematica è la vicenda di un giovane professore piemontese. Questi riceve la nomina in un ginnasio di un paesino siciliano. Giunto a destinazione, dopo un accidentato viaggio per strade sconnesse, trova ospitalità in una locanda dove ha modo di conoscere i notabili del paese.
Correva l’autunno del 1870 – così Placido Cerri inizia la narrazione, il quale, subito dopo il suo arrivo, si reca dal Direttore del Ginnasio. Questi – mi presentò un Decreto del Prefetto della Provincia […] in virtù del quale lo stipendio mi era sospeso – A questa sconfortante notizia, segue la conoscenza dei “colleghi”: – il direttore era il vicecurato della Parrocchia […] il Governo in questa nomina ebbe il suo pro, perché tutti gli anni quando ricorre la festa nazionale egli canta il Te Deum […] il professore di terza ginnasiale era l’esattore del luogo, quello di seconda, il figlio dell’Ispettore di Circondario per le scuole elementari e quello di prima, un vecchio scritturale della Sotto-Prefettura, […] costui era inoltre appaltatore del Dazio-consumo, e trovava anche tempo per fare l’avvocato […]. Ultimo veniva l’incaricato di aritmetica, che era stato preso da un corpo di guardie, che credo fossero guardie campestri o qualcosa di simile.
L’esperienza autobiografica del professore Cerri l’avrei colta con pacati toni di ilarità se le condizioni dell’edificio, in cui si trovò ad operare durante l’infelice soggiorno, non gli avessero causato problemi esiziali alla salute che lo portarono a morire. L’aula sembra essere l’imputata principale, – la scuola assegnata a me era […] una cameretta sì angusta, che bastavano ad ingombrarla da tutte le parti, pochi banchi per i giovani, e un altro mobile per me, che chiamavano cattedra, […] La disgrazia più grave era che trovatasi, lì proprio rasente l’uscio, di modo che quando la pioggia veniva spinta dal vento in quella direzione, io ne avevo sempre la spalla sinistra tutta bagnata.12
L’offerta pubblica d’istruzione è tuttora sofferente, essa è lo specchio di una gestione politico-amministrativa miope che trascina un ritardo risalente all’Unità d’Italia, cioè 150 anni fa. La storia, come esperienza compiuta, quanto può aiutare a progettare il futuro? Altri interrogativi si fanno pressanti ma è bene fermarsi.


12 Placido Cerri, Le tribolazioni di un insegnante di Ginnasio, s. d. [ristampa Palermo, 1988].

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