L’Aiace attualizzato da Foscolo

(Carmelo Fucarino)

Dopo i successi della cothurnata Armorum iudicium di Pacuvio ed Accio un lungo oblio calò sul mito di Aiace, che neppure il grande fervore e l’entusiasmo degli uomini dell’ Umanesimo e del Rinascimento verso Sofocle riuscirono a rin­verdire. Soltanto alla fine del Cinquecento e in Spagna la tragedia di So­focle ispirò due modeste rielaborazioni, la Contienda de Ayax Telamonio y de Ulixes sobre las armas de Aquiles di Hernando de Acuna (1520?-1580), ripresa però da Ovidio, e una Tragedia de Ayax Telamon di un certo Juan de la Cueva (15507-1609?). Poi ancora un lungo silenzio.

Dobbiamo scendere nel tempo fino alla sera del 9 dicembre del 1811, quan­do alla Scala di Milano fu data la prima dell’Aiace di U. Foscolo. Il testo per il linguaggio poetico arduo risultò difficile agli attori, ma le ra­gioni del fiasco furono altre: manipolava la critica Urbano Lampredi, nemi­co di Foscolo. Vi fu una sola replica, poi giunse il divieto dallo stesso ministro dell’Interno che l’aveva personalmente autorizzato. Foscolo pre­ferì l’esilio di Firenze, dove solo nel 1816 avvenne una nuova recita.

Gli avversari lo avevano accusato di intenti antinapoleonici: crederono di riconoscere in Agamennone l’imperatore, in Aiace il generale Moreau, in Ulisse l’astuto ministro Fouché. Non era poi tanto criptica la riflessione:

ULISSE – Armata plebe

pria d’atterrir vuolsi ingannarla (Atto I, scena III).

Certamente, oltre alla passione per Omero, che risaliva ai suoi entusiasmi giovanili, dovette pesare il suo impegno politico e l’urgenza di esprimere i suoi slanci alfieriani verso il tita­nico e l’eroico, i temi di un Ortis, più maturo e dubbioso, i nuclei eti­co- politici dei Sepolcri. Così:

AIACE – Anima e fama

toccando le frementi urne degli avi,

alla patria votai. Splendea negli occhi

terribil gioia al padre mio… (Atto II, scena V);

AIACE. – Aiace, fuggì

ove più non ve­drai né traditori

né tiranni né vili (Atto V, scena IV).

Gli elementi non risul­tano armonicamente fusi e spesso si intravede lo stesso Foscolo con la sua eroica urgenza di fare. Ben poco resta nella trama della struttura mitica della tragedia di Sofocle, che fornisce solo l’idea del personaggio e ge­nerici spunti: campeggia il bene supremo della patria, libera dal tiranno:

CALCANTE – Ahi burrascosa libertà, deh come

spesso l’anime eccelse a disperati

furor trascini! (Atto II, scena V)

Perciò Aiace rinunzia anche ai suoi ideali, nel dissidio alfieriano tra tirannide e libertà. Mentre tutti i guerrieri gridano che gli vengano assegnate le armi di Achille, il tiranno Agamennone, istigato da Ulisse, affida il giudizio alla sua assemblea regale, che Aiace diserta. Anche i prigionieri troiani, ai quali è rimesso il giudizio, per paura delle minacce, non si pronunzia­no e perciò il re ordina di ucciderli. Poiché fra di loro si trovano il padre e i fratelli di Tecmessa, Aiace accorre in loro aiuto. Sembra che la vittoria debba arridergli, quando si sparge la voce che Teucro ha tradito, passando ai Troiani. Angosciato e abbandonato, Aiace decide il suicidio. Soltanto al momento della morte apprende che Teucro era stato fuorviato dall’inganno di Ulisse. L’eroe risulta più lineare nell’anima e nelle scelte eroiche, meno per­plesso e tragicamente tormentato di quello di Sofocle: è l’eroe alfieriano che incarna la libertà contro il tiranno.

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