Aida, occasione mancata

(Carmelo Fucarino)

L’appello

una scena

Peccato! Le opportunità c’erano tutte, la maestosità e rinomanza dell’opera verdiana con le sue note eccelse e la varietà delle situazioni sceniche e musicali, le sontuose scenografie e coreografie, lo stupore dei cori e dei balletti, le esorbitanti e affollate scene d’insieme, che il palcoscenico non conteneva, la cornice spettacolare del Teatro di Verdura di Villa Castelnuovo. Anche l’inno alla bellezza, rievocato da Bach dalle maestranze in un appassionato appello extra scaenam, era un degno preludio. Faceva tenerezza il richiamo alle tradizioni secolari dei laboratori artigianali dei teatri lirici annientate dall’industria dello spettacolo, la creatività artistica contro la serialità delle macchine. Grandioso archivio artistico e storico quello delle scene del Massimo.

Dopo il trionfo al Cairo per il taglio del Canale e l’inaugurazione del Teatro dell’Opera, il 24 dicembre 1871, la prima palermitana avvenne al Politeama Garibaldi, il 27 marzo 1881, seguita da ben 36 edizioni, ultima nel dicembre 2008 con la regia di Franco Zeffirelli. Le due sezioni dell’opera, la prima spettacolare e straripante, la seconda intimistica ed elegiaca, hanno trovato una mirabile realizzazione (la regia di Franco Ripa di Meana, le scene e i costumi di William Orlandi, le luci di Guido Levi e la coreografia di Luciano Cannito). Forse alquanto elaborato e ripetitivo il gioco scenico dei volumi geometrici mobili, che alla fine non strabiliava tanto e risultava noioso, distraeva o disturbava la percezione dell’azione scenica (recita e musica) Forse si poteva alludere in altro modo alle piramidi, ma forse vanno di moda i volumi geometrici, come i solidi in legno grezzo dell’ingegnere Jordi Garcés nella scenografia alle rappresentazioni classiche di Siracusa Un certo stridore provocava la monumentalità di Radamès- Stuart Neill accanto alla fragilità di Aida – Susanna Branchini, ma la loro lezione teatrale e vocale dei due protagonisti è stata all’altezza dell’evento ed è stata assai applaudita. Forse nuoceva il vestito da rocchettara, chioma da elmo e anelli vari, che non si addicevano alla patetica e tragica vicenda di amore e morte. Non si capisce poi perché i costumi debbano copiare l’improbabile egittume ottocentesco (comunicato stampa: “ per i costumi una visione “mitologica” dell’Egitto per come veniva fantasiosamente rappresentato nelle pitture della seconda metà dell’Ottocento”) e non le iconografie tombali egizie. Senza sbavature sono state le interpretazioni di Agnes Zwierko (Amneris), Francesco Palmieri (Il Re), Luiz–Ottavio Faria (Ramfis),Vladimir Chmelo (Amonasro), appassionata  e partecipata la direzione orchestrale dell’emergente Srboljub Dinic, altra presenza abituale al Massimo assieme alla soprano. L’esplosione dell’ovazione è andata però meritatamente all’irruente e plastico José Perez, che ha strabiliato con i suoi movimenti di danza.

Ma la vera tragedia per i melomani l’acustica di un luogo aperto senza alcuna prerogativa musicale, e orrore soprattutto nel silenzio assorto, nei patetici e languidi duetti della seconda parte, più evidente la stravolgente e nauseante sonorità di una discoteca a pieno volume, tambureggiare e urlare a sinistra, clacson e frenate a destra. Pensavo al tono catastrofico dell’invito a chiudere i telefonini.

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