INTERVISTA ALLA SCRITTRICE LAVINIA SCOLARI

(Gabriella Maggio)

“L’uomo dal campanello d’oro”, il suo romanzo d’esordio, è uscito nel mese di Luglio per la Zerounoundici Edizioni, un fantasy che allo stesso tempo si discosta da questa etichetta. In quale genere letterario si colloca come autrice, e come nasce questa passione per la narrativa fantastica?

Come amava dire J. R. R. Tolkien, tento di scrivere quello che mi piacerebbe leggere, e il genere fantastico è quello che credo mi rappresenti di più: non la fuga dal reale, ma il tentativo di immergersi in esso attraverso un nuovo approccio, un modo diverso. L’unione che ho sperimentato in questo mio primo romanzo breve è quella del mito classico e del fantastico, inteso come una costruzione di eventi verosimili ma inspiegabili, quasi arcani e onirici, che mi ha permesso di esplorare una forma narrativa forse inconsueta, ma spero originale. Mi piacerebbe che il lettore fosse sorpreso e catturato dalla storia, non che “evada” tramite essa, ma che essa lo “invada” dolcemente.

Laureata in Lettere Classiche e specializzata in Scienze dell’Antichità a Palermo, dove tuttora vive, oggi dottoranda in Antropologia del Mondo Antico a Siena. Da cosa deriva questo interesse per le antichità classiche?

La passione per la lettura e per la scrittura mi accompagna sin da piccola, quando picchiettavo con le dita sulla vecchia macchina da scrivere di casa. Il desiderio di arricchire la mia conoscenza della letteratura mi ha spinto a intraprendere gli studi classici, e poi l’incontro con dei mondi affascinanti e complessi, come quello della cultura greca e romana, mi ha folgorata. Sono civiltà imbevute di miti, che ci parlano ancora oggi attraverso le loro rielaborazioni e che hanno ancora tanto da dire. Purtroppo sono sempre più trascurati perché offrono poche possibilità occupazionali e tante difficoltà concrete, ma per me non riuscivo a immaginare nessun altro percorso di studi e di vita, se non questo.

Il mito antico è dunque il centro di ispirazione del libro, ma ci sono anche altri temi che emergono dal romanzo, come quello del tempo e del sogno.

L’interesse per le fabulae e il mito è sempre stato centrale nella mia esperienza, come la passione per la letteratura fantasy, ma volevo comporre qualcosa che non fosse un ripresa sterile di storie già sentite. Desideravo sostituire alla mitologia e all’ambientazione nordica la mitologia della nostra terra, del mare e del sogno, che si prestano a costruire scenari doppi e che suggeriscono molteplici immagini e storie. Così il mare e il sogno scorrono sulla linea del tempo. Il romanzo infatti non è suddiviso in capitoli, ma in “Rintocchi”, in modo che il tempo della narrazione scorra con la lettura, mentre le voci dei personaggi raccontano ogni evento dal loro punto di vista, si susseguono come se stessimo tutti insieme a cerchio ad ascoltare una storia – spero piacevole – narrata da chi l’ha vissuta.

Un racconto corale, un po’ romanzo, un po’ opera drammatica. Qual è il nucleo narrativo? Come nasce la storia?

“L’uomo dal campanello d’oro” racconta la storia di quattro ragazzi che si scontrano con un mondo onirico ed evanescente e che sperimentano tutto il mistero dell’ambiguità in cui sono calati nell’incontro con figure a metà fra mito e sogno, come Circe e Nereo, che aprono il romanzo. I protagonisti subiscono una metamorfosi, viaggiano e attraversano le porte del Sonno come in una catabasi classica, per poi raccontare le loro storie e dar vita a un’opera “drammatica” e mimetica, in movimento. E’ una cosa che da lettrice ho sempre desiderato: superare la voce narrante e conoscere nei dettagli i pensieri e i punti di vista dei personaggi, dialogando con loro. Ma ognuno di essi vede gli eventi e la realtà in un modo diverso. E’ quello che magistralmente fa Malerba nel suo Itaca per sempre, dove Penelope e Ulisse, anche loro personaggi del mito, si succedono nel racconto. Un modello irraggiungibile per me! Mi auguro però che chi finisca di leggere il romanzo, abbia con sé ancora molto da leggere, perché ci sono diverse chiavi di lettura, motivi facilmente catturabili e altri più nascosti. Bisogna ascoltare le singole voci per trovare il filo di tutto. Credo che in questo modo il lettore sia più coinvolto, perché è chiamato a partecipare attivamente, a costruire assieme all’autore.

Quale impulso la spinge alla scrittura e che cosa sente il bisogno di scrivere quando è sola davanti al foglio o allo schermo?

Come molte delle cose che si fanno per amore, scrivere è una scelta, ma è anche un bisogno, un’urgenza incontenibile. Per me è un modo di vivere due volte, e di provare a coinvolgere gli altri nel proprio orizzonte, spiegando, criticando o cercando di mostrare da quale punto di osservazione si guarda il mondo. E’ un modo per conoscersi e per conoscere, ma anche per giocare quando la vita sembrerebbe non permetterlo.

Per iniziare focalizzo spesso un nome. I nomi sono evocativi e dicono molto delle cose e delle persone cui sono attribuiti. L’inizio è un’intuizione improvvisa, un pensiero, un sentimento che uno dei miei personaggi prova. Poi tento di dare un’immagine più articolata a quel frammento. E la lettrice, in questo, sostiene e consiglia l’autrice.

Chiudiamo con un aneddoto a ritroso. Come è nata l’idea del libro? Quando ha iniziato a capire che stava nascendo una storia?

All’inizio ho semplicemente avuto un’idea, un’immagine nella mente, una situazione: un viso sull’acqua in un’atmosfera notturna a ridosso di un pontile, e il mare che prepotentemente si insinuava. Così ho scritto un racconto, che però non aveva una fine, non era compiuto. L’ho lasciato “lievitare” per qualche tempo, ma era sempre nella mia testa. Lo rileggevo, ma non aggiungevo né toglievo nulla. Poi sono andata avanti e ho scritto un altro racconto, che sentivo intimamente legato al primo. Erano nati Glauco e Nereo, le prime sezioni del romanzo. Ma solo dopo mesi, quando ho scritto l’ultima parola, ho capito che era nata una storia compiuta, che era nato L’uomo dal campanello d’oro.


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