Il rapporto medico-paziente.

(Natale Caronia.)

Da oltre 2.500 anni il rapporto medico paziente è regolato dal giuramento di Ippocrate; nonostante sia trascorso tanto tempo, l’ etica che sta alla base di quel giuramento non è mutata. Sono gli uomini che sono mutatati e non sempre in meglio.
Notoriamente i giornalisti sono bravissimi nell’escogitare frasi ad effetto, che colpiscono la fantasia del lettore; una di esse, che ha avuto notevole successo, è la “malasanità”.
Ogni giorno si effettuano in Italia 40.000 interventi chirurgici.  Considerando la fallibilità umana, anche una minima percentuale di errore e considerato l’alto numero di atti medici (non solo chirurgici), gli incidenti sono inevitabili. E’ chiaro che gli atti di imperizia sono indifendibili, come pure la cattiva organizzazione che faccia dimenticare qualcosa nel corpo del paziente, cosa a cui da tempo si sta rimediando con rigorosi protocolli operativi, pertanto assistiamo al fenomeno dell’incremento delle vertenze di indennizzo per mal pratica medica.
Esistono, ormai, studi legali specializzati nella richiesta  di risarcimenti per interventi medici non risolutivi. Sono le branche specialistiche di chirurgia, ortopedia, ostetricia, chirurgia estetica quelle più soggette al rischio di richiesta di risarcimento.
Naturalmente le compagnie assicurative, alla prima richiesta di risarcimento, nella migliore dell’ipotesi innalzano il premio assicurativo che il medico deve corrispondere, ovvero rinunciano al rinnovo della polizza lasciando il medico scoperto. Per non parlare dell’eventuale “avviso di garanzia” che, nato per tutelare l’inquisito e permettere la difesa, è diventato; una precondanna e incubo per i medici che, sebbene vengano assolti nell’80% dei casi, subiscono anni di peregrinazioni giudiziarie e danni economici.
Tutto questo è arcinoto e non avrebbe alcun interesse la sua trattazione, se non fosse per i mutati aspetti comportamentali da parte dei sanitari e dei pazienti, comportamenti che è bene mettere in luce.
Infatti, da qualche tempo, si assiste al fenomeno della “medicina difensiva” messa in opera dai medici, consistente nel richiedere una sfilza di esami specialistici miranti a diluire la responsabilità su una base pluridisciplinare allargata, per evitare la responsabilità di una decisione in prima persona; ovvero a procrastinare, se non ad evitare, un intervento su di un paziente a rischio.
Naturalmente tutto questo ha un costo economico nei riguardi della sanità pubblica per lo spreco di risorse  non finalizzate alla sanità in senso stretto (oltre all’esubero di personale amministrativo, auto blu etc.) ma, soprattutto, non si rende un buon servizio alla domanda di sanità della popolazione. Si assiste, pertanto, al generale arroccamento difensivo del sanitario che vede nel paziente un potenziale pericolo che cerca di evitare, soprattutto se l’incontro avviene in una struttura pubblica e, dall’altra parte, il paziente che avverte la freddezza con cui viene accolto e che pensa: “io, chissà se stavolta me la cavo”.  In poche parole, viene a mancare quel rapporto di fiducia reciproca medico paziente che imperava sino a non molti anni fa, che è alla base di un’arte e non di un mestiere.  Si assiste all’evoluzione verso una medicina tecnologica, in cui sono le macchine e gli esami speciali a far porre la diagnosi, accertamenti che, prima, venivano chiamati a confermare la diagnosi clinica, in atto demandata alla tecnologia. Nel mio ricordo affiora l’evento di un paziente itterico, inviatomi per lo studio delle vie biliari; gli accertamenti praticati evidenziarono la loro regolare canalizzazione e l’assenza di calcoli. Volli allora palpare l’addome di quel paziente che mi rivelò un fegato duro al tatto; telefonai al Collega riferendo il mio orientamento verso una neoplasia. Il riscontro successivo dimostrò l’infiltrato leucemico del fegato, permettendo la terapia consequenziale.
Certamente la tecnologia odierna ha migliorato le potenzialità diagnostiche per qualità e rapidità dei risultati ma, nel contempo, ha allontanato il medico dal paziente, prima ascoltato e palpato; attualmente le barriere radiologiche di  TAC, RM, etc hanno imposto delle distanze; ma le persone  hanno bisogno del reciproco contatto: il medico per porre la diagnosi e il paziente per ottenere delle risposte; infatti, circa la metà dei pazienti che frequentano gli studi medici hanno bisogno, soprattutto, del colloquio chiarificatore che rappresenta, già di per sé, una terapia.
Oggi ripristinare l’antico rapporto sembra inevitabile; cosa non facile perché “pecunia non olet”.
Ma occorre farci un pensierino se vogliamo contribuire a migliorare la nostra società; inoltre  non è pensabile di poter mettere un magistrato dietro ad ogni paziente e un avvocato dietro ad ogni medico.

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