GIOVANNI BENEVENTANO, L’immortalità, Nusco, Stamperia delle Streghe, 1967 DA “ LA DONNA CHE PARLAVA AI LIBRI”

di Dante Maffìa

( seconda parte)

La Bemporad la conobbi da Pasolini. Doveva uscire il primo libro di Bellezza e andammo a trovare il poeta per leggere il risvolto che aveva scritto. C’era la Bemporad, non ricordo se si era già operata alle corde vocali o doveva farlo imminente. Mi dette il suo numero di telefono e le detti il mio. Vivevo in affitto con altri studenti.
R. M. de Angelis mi aveva avvisato: “Lascia stare i matti, sono assillati da preoccupazioni strane, pensano sempre alla morte e ne hanno fatto il loro oggetto da idolatrare”.
Ma a me anche questo affascinava. Soltanto che non avrei mai creduto che nel cuore della notte, diciamo alle tre, potessi ricevere una telefonata di Penna, che domandava se ero io al telefono e se stavo dormendo. Dapprima, com’è naturale, pensai a uno scherzo. Tra amici ogni tanto facevamo di queste goliardate, ma mi resi conto subito che era proprio Penna, con una voce che sembrava arrivare dall’oltretomba, a parlarmi di fantasmi che lo assillavano, che gli avevano fatto visita all’improvviso nel primo sonno, e allora aveva pensato di chiamarmi per chiedermi se anch’io soffrissi di insonnia. Non ricordo che cosa gli risposi, che ero onorato della sua chiamata, che però ero in compagnia, e non potevo parlare ad alta voce. Una banalità, che lo incoraggiò a tenermi sveglio per circa due ore. La cosa si ripeté spesso. Penna parlava a ruota libera, non gli importava se io ascoltassi o meno. Parlava sempre della morte, di che aspetto poteva avere, se l’avevo mai sognata, se ne avevo paura, come me la figuravo, se era il caso di ammansirla o di sputarle in faccia. Avevo la sensazione che stesse tremando in quei momenti, che la sentisse viva accanto a sé e volesse scacciarla o avere la certezza di essere visitato da una finzione e non realmente dalla sua presenza. Non ricordo una sola parola di ciò che rispondevo, del resto a lui importava poco o niente, aveva semplicemente bisogno di parlare, di sfogarsi, di raccontare le sue paure. Ma a volte cambiava tono e registro, diventava allegro e ironico e inventava al momento degli aforismi contro questo o quello scrittore o poeta. Caustici, staffilate cattive. Se l’avessi registrate adesso avrei un documento eccezionale. Poi gli prese la fissa dell’immortalità.
“Pasolini ha scritto che sono il più grande poeta del secolo. Tu sei d’accordo?”.
Esitavo, non ero d’accordo, preferivo altri, pensavo a Saba, a Ungaretti, a Quasimodo, a Cardarelli, a Campana, a Gatto, a Sinisgalli, non mettevo lui al primo posto, ma come facevo a dirglielo? Così me la cavavo dicendo che amavo anche Saba. E lui rideva, in un modo diabolico, almeno così mi pareva ascoltandolo al telefono.
“Sono immortale o no? Dimmelo con franchezza, non essere timido”.
“Ma certo che lo sei. Ogni tuo verso è un monumento. Del resto sei consapevole della tua grandezza”.
“Mi hanno detto che sei diventato amico di Palazzeschi. Dimmi un po’, che fa il vecchio gattone farabutto che crede di essere il solo poeta al mondo?”.
“Sta bene. Odia il telefono e non legge più i giornali”.
“Lo so, se ne fa un vanto e non sa che chi si chiude nel pantano dell’isolamento è già morto, povero cocco”.
“Lo trovo straordinario. La conversazione con lui ha qualcosa che mi ricorda mia nonna, mi riporta a un clima davvero crepuscolare”.
“Lascia stare il crepuscolare, l’ermetico e il romantico. La poesia è libertà, non sigle e definizioni. Tieni sempre in mente che per lo più i critici che catalogano sono degli imbecilli che non capiscono nulla”.
“Me lo ricorderò”.
“Ma sono immortale o no? Esprimiti, perdio, ho bisogno di sentirtelo dire”.
“Sì, sei immortale, uno dei due o tre del secolo”.
Ma lui riusciva a percepire la mia menzogna, sentiva nella voce una incrinatura e me lo diceva.
”Ma va bene così, sei bugiardo, ma generoso. Va bene così. Non guastare la tua purezza”.
Quelle parole in bocca a lui mi parevano blasfeme, ma era il poeta e non potevo fare obiezioni. Il fatto stesso che mi considerasse, che perdesse tempo a leggere i miei versi e che mi telefonasse, era per me motivo di un orgoglio sconfinato.
Una notte però non ne potei più, ero stanco, avevo fatto l’amore per tutta la serata con la modella norvegese dell’Accademia, e mi ero addormentato da poco quando il telefono squillò. Non riuscivo a raccapezzarmi, a svegliarmi realmente. Lui comunque cominciò a parlare indifferente alla mia irritazione, alla mia sonnolenza, al mio lamento. Mi resi conto che per lui non aveva importanza che fossi io o un altro al telefono e allora scattò in me la molla dell’indignazione e lo interruppi perentoriamente per raccontargli che il giorno prima con Bellezza avevo incontrato Pasolini , e il discorso era caduto su di lui. Fermò il suo eloquio, la cornetta ebbe un attimo di pace.
“E che cosa avete detto?”.
“Gli ho domandato del perché avesse fatto un’affermazione decisa sulla tua poesia che non ammetteva repliche”.
“E lui?”.
“Ha detto che eri un ingombro, e soltanto mummificandoti poteva eliminarti”.
La pausa fu lunga. Potevo fare a meno di riferirgli ciò che Pasolini aveva detto, ma ero così stanco e irritato che dovevo fare qualcosa per indurlo a desistere dal tenermi due, tre ore al telefono a parlarmi della sua immortalità, della preoccupazione di finire in una citazione e niente più. Chiuse la comunicazione.

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