Ministeri e sacramentalità delle Chiese riformate e il ruolo delle donne

di Valeria Trapani

Pubblicato in “ La vita in Cristo e nella Chiesa LVIII ( 2009)

Quelle che si indicano  come Chiese della riforma, o altrimenti chiese protestanti, sono le comunità che si sono separate dalla Chiesa Cattolica Romana nel XVI secolo, a seguito dell’insorgere di Lutero contro una serie di abusi che in quei secoli si erano perpetuati nel mondo cattolico. Ciò lo porto, nel suo intento di riforma all’elaborazione di una dottrina teologica che si distaccò notevolmente da quella cattolica, in particolar modo per quel che concerne l’idea di ministerialità e la classificazione di sacramento. Lutero infatti, nel chiaro intento di reprimere gli abusi di potere esercitati da clero del suo tempo, dichiarò la totale uguaglianza dei battezzati assolutizzando il principio del sacerdozio universale a scapito del sacerdozio ministeriale, che nella sua elaborazione teologica cessava di avere valore di sacramento. Questa idea, resa operativa nelle Chiese protestanti, comportò un’articolazione ministeriale imperniata solo ed esclusivamente sul battesimo, il che fa si che si siano fatti più labili i confini nell’attribuzione dei servizi ecclesiali senza operare distinzioni tra uomo e donna nell’attribuzione di ministeri liturgici, ma soprattutto ne scaturisce che in nessun caso l‘esercizio di un tale ministero può precludere la possibilità di contrarre matrimonio. Per questo i pastori delle Chiese riformate generalmente sono sposati, e non perché, come erroneamente creduto, la Chiesa protestante non preveda per i suoi ministri l’obbligo del celibato[1].

In virtù di tali presupposti, da oltre sessant’anni anche le donne possono divenire pastori delle comunità, e addirittura vescovi. Il loro compito è essenzialmente legato al servizio alla Parola, e consiste principalmente nell’attività della predicazione per istruire i fedeli sulla dottrina della fede, nonché nella celebrazione degli unici due sacramenti riconosciuti da tali chiese: il battesimo e la santa cena. Ciò non deve però farci incorrere nell’errore di intendere questi ruoli come sacerdozio delle donne, poiché, come abbiamo già sottolineato, la ministerialità posta alla base del loro esercizio non è di natura sacramentale, bensì battesimale, e dunque si pone teologicamente al pari di un ministero laicale che viene tuttavia insignito di riconoscimento ufficiale in seno alla Chiesa. Il fatto che il ruolo di pastore si realizzi per “elezione” e non “ordinazione”, se da una parte dice l’assenza di sacramentalità nell’identità del ministero, sottolinea altresì la dimensione comunitaria e l’istituzionalità del ruolo. È così allora che nelle Chiese della riforma, in modo a volte leggermente diverso in funzione della specifica confessione di appartenenza (luterana, valdese, metodista…), le donne sono molto presenti nello svolgimento del ministero della predicazione, tanto nella carica di pastore che di comuni fedeli. Esse trovano inoltre ampi spazi di azione nell’ambito della diaconia, da queste chiese praticata nella forma dell’assistenza caritativa dei bisognosi insieme ai servizi di assistenza sociale e psicologica delle famiglie disagiate.

Il ruolo di servizio delle donne in seno alla comunità viene svolto in un clima di serenità, dal quale è assente il pregiudizio o la dinamica della competizione tra i sessi. Per il fatto poi che i pastori possono contrarre matrimonio (sebbene anche in questo caso, le nozze non vengono considerate sacramento), l’esercizio delle ministerialità al femminile viene svolto in assoluto stato di compatibilità con le esigenze che i ruoli di moglie e madre impongono nella vita di una donna. Ciò fa sì che non si crei una schizofrenia di ruoli e si mantenga grande rispetto per la famiglia, considerata fondamento per l’edificazione della comunità ecclesiale.


[1] È questo invece il caso delle Chiese ortodosse, rimaste legate all’antico uso, anche romano, del clero uxorato.

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