GIOVANNI BENEVENTANO, L’immortalità, Nusco, Stamperia delle Streghe, 1967 ( terza parte)

DA “ LA DONNA CHE PARLAVA AI LIBRI”
di Dante Maffìa

Le notti seguenti ( Sandro Penna) tornò alla carica chiedendomi i particolari del dialogo con Pasolini. Restai nel vago. Mi aveva annoiato, ormai. Anche le sue poesie mi apparvero piccole cose insignificanti, sfoghi di un vecchio maniaco che con piccole pennellate ha creduto di avere scoperto l’America o la penicillina.
Ma anche Caproni era assillato dal pensiero dell’immortalità. Diceva sempre che non voleva restare appena una targa in una nuova strada di Livorno. Le sue telefonate avevano qualcosa di terribilmente angosciante. Sentiva di avere inseguito un sogno senza sapere di che sogno si trattasse. Lo diceva accompagnando ogni volta la frase con qualche colpo di tosse. E io a dirgli che l’immortalità la trovavo in certe ragazze con cui uscivo, in certi tramonti romani che mi riempivano l’anima di un calore rosso che diventava lievito a cui attingevo per avere la consapevolezza di esistere. Capiva perfettamente le mie parole, anche il loro senso recondito e me lo faceva intendere con una sottigliezza eccezionale, e tuttavia ritornava sull’argomento immortalità per strade diverse, invocando dai posteri un’attenzione che nessuno può prevedere. Mi voleva postero e io mi prestavo al gioco, sempre gioco notturno, per lenire la sua angoscia.
Una volta mi permisi di dirgli se potevo anch’io cominciare a pensare all’immortalità. Non rispose, anzi lo sentii quasi offeso. Poi:
“Tutti dobbiamo pensare all’immortalità, altrimenti rischiamo di correre dentro una strada già morta”.
Mi sembrarono parole sibilline, anche perché io vedevo gli operai del mio paese, i pescatori, le raccoglitrici di olive e mi figuravo come potessero pensare all’immortalità, come potessero sperarla essendo nati in quella condizione e privi della parola del poeta o del pennello del pittore, o dello scalpello e dello spartito.
“Tutto in alto è deciso”, mi permisi di dire una notte.
“E allora?”.
“Allora non possiamo che attendere e sperare. Fare le cose. Se poi queste troveranno l’appuntamento con la storia, allora una briciola s’imporrà. Ma tieni sempre conto che è più vivo Don Abbondio di Manzoni. È una perversità, ma è così”.
Non l’avessi mai detto. Da lì scaturirono discorsi che durarono a lungo. Ci incontrammo più volte anche di giorno in un piccolo bar all’angolo di Piazza del Gesù (glielo proposi io perché lì mi dava appuntamento qualche volta Attilio Bertolucci). L’immortalità, dunque? Che cos’era? Uno straccio di ricordo? “Ohimé, la gloria / un corridoio basso / tre o quattro canterani dell’impero / la brutta effigie incorniciata in nero / e sotto il nome di Torquato Tasso”.
La sua angoscia era autentica, si preoccupava perché voleva trasmettere al mondo l’eternità

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