IL SERPENTE NELL’ANTICO TESTAMENTO

di Gianfranco Romagnoli

Il serpente è un animale venerato in diverse culture come una divinità e comunque collocato in una dimensione sacra: esso presenta al tempo stesso valenze contraddittorie, positive e negative, che possiamo vedere anche nell’Antico Testamento.
Nel Libro della Genesi il serpente è definito «la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio», qualità al tempo stesso positiva e negativa. L’aspetto originario di questo animale, benché non sia precisato nella Bibbia, deve essere stato assai diverso da quello di rettile strisciante cui lo condannò Dio per avere indotto Adamo ed Eva alla disobbedienza: nelle leggende bibliche, si legge che «camminava dritto sulle due gambe e mangiava lo stesso cibo dell’uomo. Per punizione, gli furono tagliate braccia e gambe, dovette strisciare sulla pancia». In questo episodio il serpente, pur non essendo un dio né potendo rivestire il ruolo, estraneo alla concezione biblica, di principio del male pari ordinato a quello del bene, proprio delle più antiche religioni e delle concezioni manichee e gnostiche, si pone comunque in una dimensione sacra e divina come interlocutore/avversario di Dio tramite le creature da Lui create a propria immagine e somiglianza: in sostanza, corrompe il creato, del quale Dio aveva detto che «era cosa molto buona». E’ l’inizio della sua graduale identificazione con il diavolo, del quale il serpente è manifestazione: infatti come diàbolos cioè colui che divide, ha rotto l’armonia primigenia del creato dividendo le creature dal loro Creatore. Da essere antropomorfo, viene trasformato in animale, ad indicarne il definitivo degrado e tramonto a fronte dell’unico Dio, pur se conserva il potere di contrastarne i piani, nei limiti però che Dio stesso permette, finché la Donna non schiaccerà il suo capo: una chiara prefigurazione del trionfo del bene attraverso il Figlio della Donna stessa, e quindi dell’identificazione del serpente con il male.
Il Leviatan, mostro biblico, anche se talora è presentato come drago o mostro marino ha un nome che in ebraico significa “contorto, avvolto”, attributi tipicamente ofidici, e serpente lo definisce il profeta Isaia. La sua valenza simbolica è contraddittoria: talora rappresenta il caos primordiale privo di controllo, mentre altre volte è presentato come espressione della volontà divina e simbolo della potenza del Creatore.
Il serpente appare come manifestazione della potenza divina nel famoso episodio in cui Mosè dietro suggerimento di Dio, per costringere il Faraone a consentire che egli si allontani col suo popolo, gli fa gettare davanti il bastone di Aronne che, tramutandosi in serpente, divora quelli fatti apparire per magia dai sacerdoti egizi. Il Signore si rivela così, come altre volte proclama nella Bibbia, il più potente di tutti gli dèi.
Analogamente nel deserto un serpente di rame, forgiato da Mosè dietro suggerimento di Dio e innalzato su un bastone, fa guarire gli israeliti morsi dai serpenti velenosi, che rivolgano ad esso lo sguardo: l’episodio assume un significato soteriologico nel Nuovo Testamento, che vi ravvisa un preannuncio della figura del Cristo crocifisso che morirà e risorgerà, così come il serpente cambia pelle.
Che, in ogni caso, l’episodio stesso abbia fatto in seguito rivivere il culto ofidico presso gli Ebrei, già più volte nella loro storia caduti in quello che la Bibbia definisce l’abominio dell’idolatria, risulta dal Secondo Libro dei Re: assurto al trono, Ezechia «Fece ciò che è retto agli occhi del Signore, secondo quanto aveva fatto Davide, suo antenato. Egli eliminò le alture e frantumò le stele, abbatté il palo sacro e fece a pezzi il serpente di bronzo, eretto da Mosè; difatti fino a quel tempo gli Israeliti gli bruciavano incenso e lo chiamavano Necustan». Il serpente viene così identificato nuovamente, e definitivamente per quanto riguarda l’Antico Testamento, come simbolo del male e in genere come idolo materiale, il cui culto si oppone a quello del Dio unico e trascendente.

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