Come Eravamo: Punti di vista.

(Renata De Simone)

Quasi quotidianamente i giornali riportano la notizia di nuovi sbarchi di clandestini in Sicilia. Immagini di povera gente sporca, mal nutrita e disperata colpisce i nostri occhi troppo spesso distratti e indifferenti, presentandoci un mondo che sembra a noi del tutto estraneo e lontano dai consolidati canoni del vivere civile. Altre volte ritroviamo questa umanità nelle nostre strade, impegnata in mille espedienti per procurarsi di che vivere, qualche altra la vediamo inginocchiarsi e prostrarsi a terra nell’atto di pregare il proprio (ma chissà forse anche il nostro) Dio, senza i taciti sottili messaggi che dal lusso delle nostre Chiese suggestionano i nostri colloqui con l’Eterno.

All’aspetto esteriore non è raro associare una conforme connotazione morale che qualifica come inaffidabili simili elementi che frequentano le nostre città.
Ma c’è un momento della nostra storia in cui questa immagine si ribalta e l’osservatore, straniero, descrive noi siciliani non diversamente da come noi oggi vediamo questi nostri sfortunati ospiti.
Ibn Hawqal, mercante di Bagdad scrisse nel 977 un trattato Delle vie e dei Reami sulla base delle osservazioni fatte nel corso dei suoi lunghi viaggi. La sua descrizione della Sicilia tocca tutte le città dell’isola, la cui capitale, Balarm (Palermo) contava a suo dire, più di trecento moschee. In una strada ne aveva viste più di dieci ma il motivo di tale abbondanza di luoghi di preghiera non era, come potrebbe apparire a prima vista, dovuto al gran numero dei fedeli ma, come riferito dalla gente del luogo, causato dall’arroganza degli abitanti. Questa gente è sì gonfia di superbia e scarsa di cervello che ognun vuole una moschea sua propria, nella quale nessuno preghi fuorché egli stesso e i suoi intimi. Così padre e figlio o due fratelli avevavo ciascuno la sua moschea. Ma non è questo il solo difetto dei palermitani. Narra lo scrittore che i cittadini di Palermo sono quei che meno aspirano alle azioni nobili e più cupidamente gittansi alle vili. Racconta che un certo ‘Utman ‘ibn al Hazzaz, divenuto cadì di Palermo, sperimentata l’indole degli abitanti, non volle accettare da loro nessuna testimonianza e richiesto, in punto di morte, su chi potesse sostituirlo, rispose che in tutto il paese non c’era chi potesse farlo. Lo stesso autore, in un libro dal titolo Le buone qualità dei Siciliani, aggiunge: dopo il bene ho ricordato il male: i difetti dell’indole, l’uso di mangiar cibi puzzolenti, il sudiciume, l’acerbo litigare senza fine….per la sporchezza e il sudiciume[i cittadini] non si possono paragonare nemmeno ai giudei; né il negrore delle loro case alla fuligine de’ forni da mattoni. Prendi tra loro chi abbia più alto stato e vedrai che i polli corrono a piacere dov’ei dimora e fanno ogni occorrenza sul suo guanciale, né egli se ne dà briga. Se questi erano i nostri concittadini, c’è poco da storcere il naso oggi dinanzi agli axtracomunitari che oggi popolano la nostra città, ma, piuttosto, riflettere su qualche aspetto negativo forse ancora oggi presente nell’indole dei Siciliani!

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