Perché?

(Natale Caronia)

La città di Augsburg, tappa intermedia per Dresda e Berlino, ci accolse con una splendida giornata di sole; il cielo limpido, cristallino e luminoso come quello mediterraneo spinse mia moglie e me a lasciare l’auto e ad incamminarci a piedi verso il centro cittadino. Giungemmo così nella grande piazza principale, costellata da variopinti ombrelloni a proteggere i tavolini messi a disposizione dalla vicina pasticceria; decidemmo di fermarci e goderci quell’incanto, visitando prima il negozio per scegliere quanto consumare. Mentre parlottavamo tra noi, attratta dal nostro idioma, si avvicinò dall’altra parte del banco una commessa, una graziosa brunetta italiana che, allontanando gentilmente le sue bionde colleghe, volle guidarci da sola nella scelta. Quindi ci accompagnò al tavolo servendo dei pasticcini. Trascorsa così una mezzora e dovendoci rimettere in moto, chiamammo la nostra connazionale per accomiatarci. La ragazza, al momento dei saluti, mentre ero ancora seduto sotto l’ombrellone, sfiorò con la sua mano la mia spalla sinistra con un tocco leggerissimo ed una dolcezza come quando si accarezza il capo di un bimbo. Trasalii perché, in quell’istante, capii il messaggio datomi dalla ragazza: “vedete, anch’io sono italiana, ma per necessità e poter guadagnarmi da vivere ho dovuto abbandonare il nostro Paese, il suo mare, il suo paesaggio, i segni della sua antica cultura, ma non ho dimenticato l’Italia che ho sempre nel cuore e vi sono grata, incontrandovi, per avermi ricordata la nostra Patria”. Non conosco il nome di quella ragazza e mai più nella vita ancora la incontrerò ma, come in questo episodio, sempre è stato da me percepito, presso i nostri connazionali ovunque all’estero, il forte senso di appartenenza all’Italia, Paese unico ed irripetibile, di cui talora solo con la lontananza dell’emigrazione, si acquista la presa di coscienza del forte legame esistente.
E’ indubbio che mancano, ormai da troppi decenni nel nostro Paese, programmazione nazionale d’ampio respiro, snellimento di leggi, funzionalità amministrativa, rapidità della giustizia, mentre impera la cultura dell’emergenza per aggirare leggi farraginose e troppi italiani passano buona parte del loro tempo a litigare e ad ostacolarsi tra loro, dimenticando quale sia il bene comune ed allontanando quel processo di miglioramento sociale che porterebbe ancora più in alto l’Italia, ai primissimi posti nel mondo.
A proposito delle recenti dimissioni di Alessandro Profumo da Ammistratore Delegato di Banca Unicredit, il londinese Financial Times ha scritto che si trattava di un manager troppo moderno per l’Italia. Che sia tutto vero? E perché tutto questo? Perché fatti gli italiani bisogna ancora fare l’Italia?

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Una Risposta

  1. Ritengo, ma è un punto di vista, che sia esistita un’Italia come espressione geografica, nata dalle annessioni brute e plebiscitarie di regioni della penisola al regno di Sardegna. Si trattò poi di una colonizzazione con feroci e celati massacri. Gli Italiani ci sono stati nei vocabolari e in una grammatica normativa divulgati dai media, soprattutto radio e tv livellanti. Oggi è crollato anche l’alibi linguistico, in televisione ognuno parla come riesce, spesso ad urla e gestacci. Non riesco ad immaginare quale idea possono avere gli ascoltatori stranieri della lingua italiana, ma immagino che dialoghi faranno in bergamasco o cuneese. L’Italiano è stato dal 1861 ad oggi un individuo in mezzo ad altri individui che si sbeffeggiano a vicenda. In campo economico, il gruppo conquistatore ha usato gli strumenti coloniali, elargendo, in nome di una eterna questione meridionale, sussidi a se stessa (caso FIAT docet anche in Sicilia). Oggi dalla beffa si è passati all’odio, la storia dei celebri capponi di Renzo. Invece di risolvere la grave crisi di identità, di valori e di lavoro, si beccano per salvare l’orticello innaffiato con i soldi pubblici. Ma cosa dire di questi italiani? Sono capponi, altro che celodurismo di eunuchi.

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