La grazia dei primi cent’anni

Omaggio a mons. Carmelo Amato


(Carmelo Fucarino)

Con la solenne, augurale benedizione apostolica di Sua Santità Benedetto XVI il 29 agosto 2010 mons. Carmelo Amato ha festeggiato nella chiesa madre di Prizzi i suoi freschi e allegri cento anni, officiando la Messa assieme a S. E. Salvatore Di Gristina Arcivescovo di Monreale con voce commossa, ma sicura e netta. Così avviava la sua omelia: “Mi presento. Ci vedo, ci sento, solo le gambe non mi accompagnano. Mi presento… con i miei cento anni… supremo dono di Dio”. Poi al momento della benedizione, un momento stupefacente, l’invito a cantare, “Mamma son tanto felice”, cavallo di battaglia di Beniamino Gigli e Claudio Villa. Mi spiegava, quasi a giustificarsi, che voleva essere un inno alla Madonna, ma utile a coinvolgere meglio i fedeli per l’evocazione dell’umana esperienza personale verso tutte le mamme del popolo osannante.
La sua voce calda e vibrante, poco appannata dagli anni, mi ha dato un tuffo al cuore e mi ha riportato agli anni dei pantaloncini corti fino all’inguine. Era sempre lui, l’insegnante di religione che ci aveva squadernato i misteri della fede in quell’aula gelida della Scuola Media, io undicenne, lui già trentottenne. Era stato ordinato sacerdote a Monreale dal grande arcivescovo Cassisa due anni prima della mia nascita, nel 1936. Qui aveva intrapreso la secolare formazione alla sorgente della teologia e della dottrina, ma anche della cultura tout court.
“- Lo sai, professore (a me!), c’era un autore latino che cantava il debito che Roma doveva alla civiltà greca.
– Sì, padre, Orazio, che esaltò la Grecia conquistata che conquistò il selvaggio vincitore [Epist. II, 1, 156, Graecia capta ferum victorem cepit].
– A Monreale avevamo un valente latinista che citava spesso i suoi versi e poi ci chiedeva, provocante, chi l’avesse detto. E noi gli cantavamo sempre, in coro, “Orazio, Orazio”.
Si estasia perciò al lontanissimo ricordo dei suoi diciassette anni, come quando parla del padre e dello zio, due dei dodici fratelli, ventiquattro anni di differenza.
Della sua lucida riflessione sulla vita, umile discepolo, voglio dare testimonianza attraverso la sua stessa parola, sublime didattica dall’alto della sua sapienza filtrata dalla secolare meditazione. La sicurezza che solo la fede può donare vibra nelle sue parole che sono un inno alla vita con quell’attacco possente e magnifico, la sua professione di cultura anche profana:
“VENI,VIDI,VICI.
Così proclamò la famosa frase Giulio Cesare in Turchia a Zela, dopo la vittoria su Farnace, figlio di Mitridate VI.
Permettetemi paragonare “parva magnis”, il mio centenario alla vittoria di Giulio Cesare. Agli occhi di Dio mille anni sono come il giorno di ieri, ma per noi che viviamo nel tempo, sono tanti. È una vittoria. Cento anni! Novanta del novecento e dieci del duemila. “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente. Mi colma di gioia (Salm. 125).
Ma se ogni bene viene dall’alto, di che cosa mi posso gloriare? Si può dire che la vita è una scalata verso un’aspra montagna, non si può affrontare senza una guida sicura.”Senza di me non potete far nulla”, dice Gesù.
Il Signore mi ha saziato di lunga vita!
Giungere a questa età più che matura è segno di benedicente benevolenza dell’Altissimo!
La mia longevità appare come uno speciale dono di Dio e insieme capacità di donare ancora. Sotto l’orologio al sole nell’eremo dei Camaldoli a Napoli, sulla parete si legge una iscrizione che fa riflettere sulla necessità dell’aiuto di Dio:
“Senza del sole, nulla sono io.
Nulla sei tu, senza Dio”.
Forza, energia e vigoria ricevo da Dio, per mezzo della Liturgia che è fonte di vita, emanazione di pace, sorgente di infiniti beni spirituali ed eterni”.

Ma ancor più vibrante la sua preghiera, segno della sua profonda umanità, nello scorrere inesorabile del tempo che ha scandito la riflessione dei Padri della Chiesa, soprattutto la fragilità e il dubbio di S. Agostino, che trova appagamento della sofferta umana solitudine nell’abbandono a Dio:
“Padre santo,
mi accorgo che la mia vita avanza e corre veloce. Se guardo la strada percorsa, temo non sia stata perfetta come tu l’avresti voluta. Di questo perdonami,Signore.
Ma soprattutto ti ringrazio per tutto ciò che in essa vi è stato di bene. Questi ultimi anni o giorni che mi concedi siano l’estremo atto fecondo della mia vita. Donami la serenità e la pace dell’anima. Riempi del tuo amore misericordioso le ore della mia solitudine. Benedici coloro che amo e mi fanno del bene. Aiutami a perdonare con sincera carità.
Accetta l’offerta della mia debolezza, delle mie sofferenze, e anche delle gioie che tu vorrai spargere sul mio cammino. Tutto trasforma e santifica a lode del tuo nome e a edificazione del tuo regno.
O Maria, madre del mio Dio, degnati di proiettare sull’ultimo tratto della mia esistenza un riflesso della tua santità.
Offri questa mia vita a Dio Padre e ricevimi tra le tue braccia materne, nell’ora della morte
AMEN”.
Così profonda la simbologia teologica del ricordino. Sul frontespizio Gesù che conferisce la casula sacerdotale a lui, in ginocchio davanti all’altare, sul quale sono in evidenza il calice con l’ostia divina e il messale, la salvezza attraverso la Rivelazione. Su tutta la complessa simbologia, in tenue evanescenza e forse da pochi osservata, la Santa Croce, quasi deposta di traverso sulle spalle del Cristo, segno di oltraggio e di vergogna, ove sta tutto il messaggio evangelico, teneva a spiegarmi, per crucem ad lucem.
E ancora la fragilità umana nel retro del ricordino con il perenne rimando allo scorrere del tempo, come fece alla ricorrenza dei novant’anni:
Questi ultimi anni
O giorni che mi concedi,
siano l’estremo
atto fecondo della mia vita”

Cosa posso donargli io, pover’uomo, da riporre nella sua arca di tesori? Basterà la riflessione dell’umanissimo e problematico Agostino?
“14. 17. Che cos’è dunque il tempo? Quando nessuno me lo chiede, lo so; ma se qualcuno me lo chiede e voglio spiegarglielo, non lo so. Tuttavia affermo con sicurezza di sapere che, se nulla passasse, non vi sarebbe un tempo passato; se nulla si approssimasse non vi sarebbe un tempo futuro se non vi fosse nulla, non vi sarebbe il tempo presente. Ma di quei due tempi, passato e futuro, che senso ha dire che esistono, se il passato non è piú e il futuro non è ancora? E in quanto al presente, se fosse sempre presente e non si trasformasse nel passato, non sarebbe tempo, ma eternità… 20. 26. Questo però è chiaro ed evidente: tre sono i tempi, il passato, il presente, il futuro; ma forse si potrebbe propriamente dire: tre sono i tempi, il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro. Infatti questi tre tempi sono in qualche modo nell’animo, né vedo che abbiano altrove realtà: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione diretta, il presente del futuro l’attesa… 26. 33. Il tempo non mi pare dunque altro che una estensione (distensio), e sarebbe strano che non fosse estensione dell’animo stesso.
Confessioni XI.
E l’altra sublime osservazione:
8. 15. et eunt homines mirari alta montium et ingentes fluctus maris et latissimos lapsus fluminum et oceani ambitum et gyros siderum, et relinquunt se ipsos.
(“E vanno gli uomini a contemplare le vette delle montagne, gli enormi flutti del mare, le lunghe correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri, e non pensano a se stessi”).
(Confessioni, X)

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Una Risposta

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