Fede o vera: La storia di un simbolo universale

(Carmelo Fucarino)


L’anulus, annulus o anellus, (diminutivo di anus), era un “piccolo cerchio” usato fin dall’antichità per adornare le mani o le braccia e talvolta anche i piedi. Oltre a questo uso estetico ebbe nel tempo altre funzioni simboliche, legate alla sua particolare forma circolare, senza inizio e senza fine, che evocava la perfezione spaziale del circolo della vita e quella temporale dell’eternità. Perciò si caricò pure del valore apotropaico di talismano. Fu usato anche come sigillo regale, a cominciare. dagli antichi Egizi che ve ne applicavano a forma di scarabei o geroglifici. Servì pure a designare uno stato sociale, emblema di potere e di autorità. I Greci usavano applicarvi cammei o incisioni, le matrone romane una piccola chiave, segno della loro autorità sulla casa. Secondo una leggenda l’uso di portare anelli fu introdotto a Roma dai Sabini, che si ornavano, oltre che di pesanti armille d’oro al braccio sinistro, di anelli d’oro con pietre preziose (gemmati anuli, LIV. I, 11). Di origine greca l’uso sarebbe stato introdotto a Roma durante il regno di Tarquinio Prisco (FLORO I, 5). Per secoli senatori e magistrati ebbero il diritto di portare l’anello d’oro (jus annuli aurei o jus annulorum), così pure i cavalieri (equites). Lo status delle persone che ricevevano tale diritto appare differente nelle diverse epoche, secondo che si trattasse di ingenui e liberi (anelli d’oro), libertini (d’argento) o servi (di ferro). Gli imperatori concessero il diritto a loro scelta, Severo addirittura ai soldati romani.

Durante il Medioevo dal IX secolo i re al momento dell’incoronazione e i vescovi alla loro consacrazione vollero manifestare la loro autorità con l’adozione dell’anello d’oro. I papi al momento della elezione adottarono l’anulus piscatorius (incisa la barca di S. Pietro contornata dal nome del papa), adibito a sigillo per le bolle e le encicliche; perciò esso è spezzato al momento della loro morte. L’uso cristiano dello scambio degli anelli durante il sacramento nuziale all’altare risalirebbe al IX sec. La mistica forma circolare, perfezione dell’unione, assunse il simbolo di lealtà reciproca, mentre l’oro, solitamente giallo, invece del ferro, nell’uso cristiano rappresentò l’eternità del vincolo; perciò la rottura delle fedi preannuncia disastri. Il nome dell’anello nuziale (cerchio) si trasferì per sineddoche all’oggetto. È invalso anche l’uso di chiamarlo “vera”, dal tardo latino di origine gallica viriae (Tertulliano), o viria (Plinio), “braccialetto”. Nel XVI secolo piacque indossare su ciascun dito uno o più anelli, dotati di sigillo e spesso impreziositi da pietre, e si diffuse l’uso di indossarlo anche dopo il matrimonio. Solo dal XVIII secolo si usò incidere al suo interno i nomi e la data delle nozze.

Il moderno uso di simbolo nuziale si attribuisce addirittura agli antichi Egizi, che lo ponevano al quarto dito della mano sinistra della sposa, perciò dito “anulare”, detto “dito del cuore”, perché loro credevano che da lì passasse la vena amoris che attraverso il braccio porta direttamente al cuore Così ancora Isidoro di Siviglia, VII secolo, nel De ecclesiasticis officiis libri duo, II 20, 8. In realtà nella liturgia cattolica il celebrante in atto di benedire l’anello tocca le prime tre dita della mano sinistra recitando “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” e lo mette nel quarto. In Inghilterra anticamente si indossava nel pollice, nei paesi nordici invece e in alcuni paesi dell’America latina si usa l’anulare della mano destra. I tipi e i modelli sono una diecina e vanno dalla regina delle fedi, la “Francesina”, sottile e leggermente bombata, “alla Etrusca”, piatta e decorata da scritte beneauguranti, “alla Sarda”, decorata come un pizzo chiacchierino, “all’Ebraica”, in filigrana smaltata con decorazione di perline.

L’uso di mettere invece un anello più sottile alla destra come simbolo di fidanzamento ribadisce l’uso prettamente maschilista del simbolo, un modo per denunziare agli altri già da quel momento la proprietà personale del coniuge (“cum e iugum). Era già un uso romano distinguere un anulus pronubus, anello di fidanzamento, e il vero e proprio vinculum iugale di ferro (raramente di oro e argento), usato all’inizio solo dai maschi, poi esteso alle donne. Perciò Plinio il Vecchio, il martire della scienza, scriveva intorno al 60: “Anche oggi si invia alla fidanzata come pegno un anello di ferro senza gemme” ((PLIN., n. h. XXXIII, 4, 12, Etiam nunc sponsae muneris vice ferreus anulus mittitur, isque sine gemmis).

Il 18 dicembre 1935, all’interno del progetto di autarchia e della campagna Oro alla Patria, fu dichiarato Giornata della fede in risposta alle sanzioni economiche contro l’Italia deliberate dalla Società delle Nazioni, come deterrente per l’aggressione dell’Etiopia. L’offerta di milioni di fedi nuziali davanti all’Altare della Patria (37 tonnellate d’oro e 115 d’argento), fu riconosciuta anche da uomini non simpatizzanti del regime come la massima espressione patriottica di massa italiana di tutti i tempi. Record imbattuto. Cambiano gli Italiani, i tempi, la mistica, ma la Patria resta anche se, rinnegato il nome mitico degli Itali, primi abitatori dell’estrema punta della penisola, improvvisati sacerdoti si esaltano nell’insignificante regione virtuale di Padania per la quale si aspergono in barbari riti battesimali.

 

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