IL NOBEL DELLA LETTERATURA A MARIO VARGAS LLOSA

(Gabriella Maggio)


A settantaquattro anni lo scrittore peruviano, nato ad Arequipe, inaspettatamente ha avuto assegnato il Nobel. La motivazione del riconoscimento individua il tema ricorrente della narrativa di Vargas Llosa nell’interesse per la : “cartografia delle strutture del potere e per le sue immagini affilate dalla resistenza dell’individuo, della sua rivolta, e del suo scacco». Infatti lo scrittore ha alternato l’impegno politico con quello letterario. Tra le sue opere particolarmente interessante mi è sembrato “La guerra della fine del mondo ” del 1981, che racconta con intensità, ma con distacco flaubertiano un episodio della storia brasiliana, il passaggio dalla monarchia alla repubblica. I repubblicani liberali con l’appoggio dell’esercito volevano realizzare il progresso tecnologico del Brasile cui restavano del tutto estranei i nobili antichi e recenti, legati alla proprietà terriera e messi in crisi dall’abolizione della schiavitù. Il centro della narrazione è la cittadina di Canudos dove si svolge un “conflitto terribile, che finì col massacro di quarantamila vittime ….prima guerra ideologica dell’America Latina…” Il massacro non ebbe origine da maneggi politici ” si trattava solo della fame, dell’ignoranza, della povertà. Un equivoco che ha fatto scuola”. Compito dello scrittore latinoamericano è secondo Vargas Llosa riprendere il passato, tradurre in parole chiare i silenzi cui è stata costretta la realtà vera dell’America Latina.

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I MENU LETTERARI DI MARINELLA

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Ancora da “IL GATTOPARDO” , Agosto 1860, Il pranzo a Donnafugata
“ Il Principe era troppo sperimentato per offrire a degli ospiti, in un paese del’interno, un pranzo che si iniziasse con un potage, ed infrangeva tanto più facilmente le regole dell’alta cucina in quanto ciò corrispondeva ai propri gusti…..tre servitori in verde, oro e cipria entrarono recando ciascuno uno smisurato piatto d’argento che conteneva un torreggiante timballo di maccheroni…..L’oro brunito dell’involucro, la fraganza di zucchero e di cannella che ne emanava, non erano che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta; ne erompeva dapprima un fumo carico di aromi e si scorgevano poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi nella massa untuosa, caldissima dei maccheroncini corti, cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio.”

A proposito di………….

(Patrizia Lipani)


“ Il suono di mille silenzi” e “Mille volte niente” sono due romanzi autobiografici della scrittrice siciliana Emma la Spina, che segnano le tappe della sua triste esistenza ,dall’infanzia alla maturità. Storie di vita, tragedie personali che si svolgono in luoghi preposti all’accoglienza, gli orfanotrofi, dove ogni cosa è vietata. Trova voce nei suoi scritti il silenzio dell’esistenza che si cerca di negare ai figli di n.n. privandoli dell’identità che spetta loro per diritto naturale, oltre che dell’amore materno, nutrimento essenziale, dei giochi e degli affetti in genere del mondo circostante. La sofferenza patita per anni nei vari orfanotrofi , trova in tal modo libero sfogo. Il mondo che ospita le giovinette è fatto di invidia tra pari ma anche da parte delle istitutrici, le suore, che riversano le loro frustrazioni sulle educande, isteriliscono gli animi, preparano quel terreno che favorisce una volta reinserite in società l’ingresso nella malavita. Continua a leggere

LA RIVINCITA DELLA LINGUA

(Gabriella Maggio)

Propongo ai lettori il primo “Mottetto” di E. Montale. Il tema è il distacco dall’amata*, per cui la primavera, che per tradizione è la stagione dell’amore diventa “oscura”.

Lo sai: debbo riperderti e non posso.
Come un tiro aggiustato mi sommuove
Ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
Salino che straripa
Dai moli e fa l’oscura primavera
Di Sottoripa. Continua a leggere

I MENU LETTERARI DI MARINELLA

Da  “ Il Gattopardo”  Novembre 1862

Il ballo a Palazzo  Ponteleone

La Table à thé

“Coralline le aragoste lessate vive, cerei e  gommosi gli chaud-froids di vitello, di tinta acciaio le spigole immense nelle soffici salse, i tacchini che il calore dei forni aveva dorato, i pasticci di fegato grasso rosei sotto le corazze di gelatina, le beccacce  disossate recline su tumuli di crostini ambrati, decorati delle loro stesse viscere triturate, le galantine color d’aurora….due monumentali zuppiere d’argento contenevano il consommé ambra bruciata e limpido…..Immensi babà sauri come il manto  dei cavalli, monte bianchi nevosi di panna, beignetsDauphin …..collinette di profiteroles alla cioccolata, marroni …..parfaits rosei, parfaits sciampagna….trionfi della gola…impudiche paste delle Vergini” .

Tanto per ridere. All’afa d’estate

Proposta di Carmelo Fucarino
Da “I vestiti nuovi dell’imperatore” (Kejserens nye klaeder)
di Hans Christian Andersen

“C’era una volta un imperatore che amava così tanto la moda da spendere tutto il suo denaro soltanto per vestirsi con eleganza. Non aveva nessuna cura per i suoi soldati, né per il teatro o le passeggiate nei boschi, a meno che non si trattasse di sfoggiare i suoi vestiti nuovi: possedeva un vestito per ogni ora del giorno, mentre di solito di un re si dice: “È nella sala del Consiglio”, di lui si diceva soltanto: “È nello spogliatoio”.
Nella grande città che era la capitale del suo regno, c’era sempre da divertirsi: ogni giorno arrivavano forestieri, e una volta vennero anche due truffatori: essi dicevano di essere due tessitori e di saper tessere la stoffa più incredibile mai vista. Non solo i disegni e i colori erano meravigliosi, ma gli abiti prodotti con quella stoffa avevano un curioso potere: essi diventavano invisibili agli occhi degli uomini che non erano all’altezza della loro carica, o che erano semplicemente molto stupidi. “Quelli sì che sarebbero degli abiti meravigliosi!”, pensò l’imperatore: con quelli indosso, io potrei riconoscere gli incapaci che lavorano nel mio impero, e saprei distinguere gli stupidi dagli intelligenti! Devo avere subito quella stoffa!”.
[…] Continua a leggere

GIOVANNI BENEVENTANO, L’immortalità, Nusco, Stamperia delle Streghe, 1967

DA “ LA DONNA CHE PARLAVA AI LIBRI”

di   Dante Maffìa

Sono arrivato a Roma dal paesino, da pochi mesi. Ho avuto la fortuna di conoscere alcuni dei poeti che amo; ho subito conquistato la loro confidenza, la loro cordialità. Sono Caproni, Penna e la Bemporad. Caproni è delizioso, parla sempre del suo violino, come di un magico oggetto che ha risolto sempre i nodi intricati della sua vita. L’ho accompagnato più volte a Tivoli, dal professor Marvardi, uomo delizioso, che suona anch’egli. E io canto. Dicono che ho una voce bella. Mi va di crederci. Continua a leggere